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"I tecnici governano, gli amministratori amministrano, ed i politici vanno in televisione" (cit)


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La situazione del paese è molto grave e richiede decisioni immediate. Si saldano tra loro diverse cause, che partono da un'economia ferma, dall'assenza di riforme strutturali nel paese e da un clima di sfiducia che colpisce i mercati finanziari data l'instabilità politica. Nessuna delle persone coscienziose se ne felicita e nessuna delle persone serie vuole evitare di vederne la gravità. Alla richiesta di responsabilità politica credo che nessuno, tantomeno il più grande partito d'opposizione, possa tirarsi indietro: faremo la nostra parte come l'abbiamo sempre fatta, anche a costo di pagare il prezzo elettorale delle scelte impopolari che saremo spinti a prendere.

Tutto questo però non significa abbandonare le nostre idee, il nostro programma, le nostre proposte per il paese. Non credo che tutti i governi tecnici siano un commissariamento della politica, ma non credo neanche che le proposte dei governi tecnici siano proposte che con la politica non hanno nulla a che fare. Ed una traccia di lavoro l'abbiamo costruita in questi mesi, traccia di lavoro che viene prima della scelta dei ministri che dovranno comporre un ipotetico governo. Parliamo di questa allora, parliamo di economia.

Ma noi pensiamo veramente che per uscire da questa crisi basterà procedere con tagli di spesa, manovre restrittive o privatizzare il privatizzabile? Ma come pensiamo di convincere gli italiani che facilitando i licenziamenti risaneremo il debito pubblico? Su questo bisogna subito marcare una distanza. Perché queste non sono proposte "tecniche", questa è politica, queste sono le proposizioni politiche della Tatcher e di Reagan, queste sono le proposte politiche di Silvio Berlusconi all'inizio degli anni'90, che fanno parte di uno spartito vecchio, monotono, noioso ma pericolosissimo e alla prova dei fatti fallimentare. Non sono più all'orizzonte proposte di deregolamentazione finanziaria perché oramai non c'è più nulla da deregolamentare, ma si ode il ritornello delle pensioni come quello di un disco stonato. Noi siamo i conservatori che non vogliono una vera riforma previdenziale? Noi siamo quelli che non vedono che vi è stato un innalzamento anagrafico nel paese e che non vogliono adeguarsi agli standard europei di pensionamento? Siamo persone responsabili e pronte a chiedere atti di responsabilità, a patto che a dare il sangue non siano sempre gli stessi, quelli che non si sono arricchiti in questi anni e sui quali hanno gravato spesso e volentieri le manovre economiche fatte dai governi. Noi non vediamo gli sprechi della pubblica amministrazione ed i privilegi dei costi della politica? Certo che li vediamo, e dovremmo essere pronti a ridurli al minimo intervenendo con fermezza, a patto che non siano però l'alibi per non toccare chi le risorse le ha veramente. Capiamo la necessità richiestaci dall’ Europa di “fare i compiti”, capiamo meno la necessità di adottare riforme senza una discussione profonda.

Per rimettere a posto i conti partiamo da una patrimoniale fissa che riporti l'asse della ricchezza dal patrimonio al reddito dei cittadini; colpiamo chi la ricchezza ce l'ha, e non chi prende una pensione già bassa o un salario che non gli permette di arrivare a fine mese o di non gravare comunque sul suo nucleo familiare di provenienza. Ha avuto un senso togliere l'ìci sulla prima casa affamando i comuni e costringendoli ad ulteriori addizionali molto più umilianti come quelle sulla salute per sostenere i servizi pubblici? Non ha avuto alcun senso, e cominciamo dal reintrodurla per esempio. Ha avuto un senso abolire le norme tecniche di controllo dell'evasione fiscale, il vero motivo per cui dobbiamo tenere una pressione fiscale alta sui cittadini?Reintroduciamole, per colpire l'evasione e recuperare del gettito sommerso utile a ripagare il debito pubblico. Facciamo un accordo con la Svizzera sui capitali scudati e tassiamoli come ha fatto la civilissima Germania invece di lasciargli evadere il fisco italiano spostandosi in un altro paese. E la tassa sulle transazioni finanziarie extra titoli di stato? Che fine fa? Può essere impraticabile perché i mercati sono in difficoltà, va bene, ma non ci dovrebbe essere un governo che ne faccia una battaglia europea?

Vogliono meno tasse per le imprese per rimettere in moto l'economia. Facciamolo con sgravi fiscali per le imprese che mettono in campo un adeguato, costante e giusto, passaggio dei lavoratori da tempo determinato a tempo indeterminato, con sgravi fiscali per le imprese che assumono giovani sotto i trent’anni e per quelle che investono, del loro capitale privato, una quota per la ricerca e sviluppo in una quantità pari almeno agli investimenti delle aziende europee.

E siamo sicuri che solo con la leva fiscale si rimetta a posto il paese? Siamo sicuri che senza un piano per lo sviluppo, che per noi deve partire da un massiccio investimento in saperi e ricerca e passare poi al sistema infrastrutturale del paese, convinceremo gli investitori? Ricette di tagli alla spesa hanno fatto sprofondare la Grecia verso una recessione ancora peggiore di quella che viveva all'inizio della crisi. Se le nostre ricette saranno similari, recessive, penalizzanti verso gli strati sociali che non si sono arricchiti in questi anni saremo da capo a dodici.

La verità è che è in campo un attacco speculativo al nostro paese, c'è la sfiducia del mercato e degli operatori finanziari ad investire in Italia, abbiamo un preoccupante innalzamento dell'interesse sui titoli di stato, ma queste espressioni non significano nulla se isolate. La verità è che abbiamo un paese bloccato da tutti i punti di vista, per primo verso le sue giovani generazioni: se non si è credibili all'interno non si può esserlo fuori dal paese. La verità è che le decisioni tecniche sono decisioni politiche, non possono non esserlo.

Non si tratta di dividerci tra responsabili e irresponsabili. Si tratta di capire che non esiste solo un modo per uscire dalla crisi in cui siamo sprofondati, e nessuno di questi è tecnico. Il problema non è il governo di Monti ma il mandato che riceve, la chiarezza sulle misure che si vogliono adottare, le loro caratteristiche di equità e di solidarismo sociale. Anche perché fare un governo tecnico per mettersi a litigare sulle cose da fare sarebbe ancora peggio. Si tratta di capire che c'è anche la politica, pena la conferma dell'espressione di Reichlin, secondo la quale "i tecnici governano, gli amministratori amministrano ed i politici vanno in televisione". 

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La foto è ripresa dalla bacheca di ronny mazzocchi

Pubblicato il 11/11/2011 alle 13.35 nella rubrica Diario.

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