.
Annunci online

 

Perchè aprire un blog? Sicuramente è un nuovo modo di comunicare. E sicuramente non lo lascio a chi da "nuovo" si traveste. Non è semplice tenerlo vivo, ci ho provato una volta ma non ci sono riuscito.La democrazia telematica mi sembra una stupidaggine, le persone sono fatte di carne ed ossa e discuto con le persone guardandole in faccia. Questa però è una nuova fase, in cui il confronto avviene anche qui, e chi non c'è non c'è. E così sia...
2 gennaio 2011
"I capodanni della storia"

Prendo da una nota dei Giovani Democratici della Sardegna. La festa di capodanno in effetti non mi ha mai convinto fino in fondo, motivo per il quale ho sempre teso a festeggiarla nella maniera più tranquilla possibile. E' inevitabile fare un bilancio delle cose vissute ed augurare buon anno ai nostri amici ed ai nostri cari, ma la seguente lettura dell'evento mi sembra la più giusta..

"Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio.

Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno piú nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati."

 

Antonio Gramsci, 1° gennaio 1916, da Avanti! ed. torinese, rubrica “Sotto la Mole”.




permalink | inviato da ricardo il 2/1/2011 alle 13:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 novembre 2010
I giovani e gli intellettuali, una piccola riflessione.
 

L'argomento è pesante, ed invito chi voglia farne tema di tifoseria (di solito un numero abbastanza cospicuo) o di riflessione distratta (un numero altrettanto cospicuo) a chiudere rapidamente la pagina. Proverò ad argomentare, con più di qualche lacuna me ne accorgo, a modo mio.

Ne parlavamo con Fausto qualche tempo fa in macchina, andando ad un'iniziativa a Fiuggi su l'Aquila e la ricostruzione. Nel dibattito sul rinnovamento generazionale in politica nessun contendente si è posto il problema del rapporto con il mondo intellettuale. La questione è complessa ed ereditata da una storia passata: non è un mistero che quel rapporto fosse un vanto dell'allora Partito Comunista Italiano. Ma, come scrive Biasco nel suo libro "Per una sinistra pensante", questo non giustifica l'assenza assoluta del tema, da più di qualche tempo, anche dall'agenda politica dei partiti (e nello specifico del nostro).

Sto leggendo molto e tante cose diverse; coltivo l'angoscia per non avere tempo di leggerle tutte. E mi accorgo che, aldilà della preparazione di un quadro dirigente, mai troppo poca, o di un esecutivo politico, situazione nella quale mi trovo, avremmo un maledetto bisogno di richiamare all'ordine la moltitudine di teste presenti nel nostro mondo. Continuamente sento persone che mi spronano (in quanto dirigente di partito) a ragionare e dire qualcosa di più profondo e completo sulle questioni più disparate, dal lavoro all'economia, dall'innovazione alla bioetica. Si sente una profonda assenza di linea politica, sia complessiva, in termini di analisi della società odierna, che settoriale, sui diversi temi in campo. E la vivo come un peso perchè in fondo hanno ragione: chiusi molto spesso su questioni di burocrazia interna stiamo smarrendo anche il gusto dell'analisi, dello studio e della riflessione; i pochi esperimenti assumono o una dimensione isolata (il tempo di una iniziativa spot) o di un esercizio speculativo, che non vive nella quotidianità politica e muore di conseguenza dopo poco tempo. Ed è un vero cruccio, perchè ci sono tantissime ed importanti energie in grado di dare un contributo; queste sono però atomizzate nelle loro realtà di lavoro accademico, di professione, di impegno territoriale o associativo, ed inutilizzate di conseguenza come intelligenza collettiva. Cosa c'è al fondo di questo spreco?

E' evidente che si sente l'assenza del Partito, inteso con la P maiuscola: di un organismo collettivo con una chiara idea di società e con un apparato (e ripeto: apparato) in grado di plasmare la linea politica nella realtà di tutti i giorni. Ed in assenza di questo anche le varie forze intellettuali si sentono smarrite e rimangono isolate. Le fondazioni hanno svolto questo ruolo e sopperito a questa assenza per qualche tempo, non riuscendo però a trasformare le idee in fatti concreti tramite un processo collettivo e sociale, ruolo interpretabile solamente da un partito politico. Ed in questo, come ricorda sempre Biasco nel suo libro, sta anche la fine del "primato della politica", la cui analisi nel mondo di oggi è sempre "troppo indietro" o, quando va di lusso, sempre "tesa ad inseguire".

Sento il tema anche come una nostra responsabilità. Credo sinceramente che aggregare energie intellettuali non sia nelle responsabilità primarie di un'organizzazione giovanile. Sentiamo anche noi però l'esigenza di parlare con i ragazzi forti di qualcosa di più che della nostra vivacità, delle tante iniziative messe in campo, delle battaglie sul rinnovamento delle rappresentanze studentesche o delle cariche amministrative. Cose ovviamente necessarie e fondamentali, sulle quali c’è solo da migliorare, ma forse non più sufficienti. Ed in questo mare magnum di nulla, che si sta spandendo anche alle nostre latitudini, con un po' di coraggio, un po' di saggezza ed un po' di studio, abbiamo un vero spazio per lanciare dei messaggi distruttivi, non per la sostituzione delle classi dirigenti ma per l'innovazione delle idee nel Partito Democratico. Ed abbiamo bisogno dell'aiuto anche di quelle energie intellettuali, perchè da soli non riusciremo a fare questa operazione.

Ne stiamo piano piano cominciamo a parlare tra noi, credo che siamo anche su un buon crinale di analisi e speriamo che il seminario che svolgeremo a l'Aquila sia una nuova tappa di questo lavoro. Sono convinto che ricaveremo il nostro spazio su questo, e non sarebbe peregrino che fossimo proprio noi a denunciare l'assenza del rapporto con gli intellettuali anche nel nostro Partito, raccogliendo l'onere della costruzione di una nostra, nuova e forte linea politica.




permalink | inviato da ricardo il 21/11/2010 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 novembre 2010
Rottamatori, fini, "pensieri forti"


Tra la giornata di ieri e quella di oggi, si sono svolti alcuni appuntamenti sui quali mi sento di scrivere qualcosa.

Sull'assemblea di Firenze sono d'accordo con la lettera di Matteo Orfini. Provo però ad argomentare in maniera differente, ed a dare qualche chiarificazione.

Il fenomeno dei rottamatori non è comparabile con la retorica e l'azione della prima segreteria del Partito Democratico. Ne è un'appendice, ma non è comparabile. Riconosco infatti a Veltroni ed a quell'establishment di avere ancora un chiaro progetto per il paese che, come tale, è stato anche da me ferocemente combattuto. Quel progetto, a mio giudizio, aveva ed ha un impianto culturale subalterno ad alcuni aspetti degenerativi di quest'ultimo ventennio, riassumibile con parole d'ordine come democrazia post identitaria, società liquida senza classi sociali, efficienza della pubblica amministrazione e della politica, potere dei cittadini contro quello dei partiti, leadership contro organizzazione, concorrenza contro welfare. La convention di Firenze è soltanto l'appendice di questo discorso, ossia una esigenza di rinnovamento tout court, senza l'apparato ideologico di cui sopra, e che quindi stenta ad affermarsi se non nel dibattito giornalistico.

Perchè allora tanto seguito? Perchè esiste un reale fondamento sul quale essa si poggia, rappresentato dall'incapacità del Partito Democratico di offrire al paese una visione forte, potente, di interpretazione della realtà; quella visione che, se riconquistata, gli permetterà di riprendere una spontanea sintonia con l'elettorato che non vede ancora nel PD una forza politica sulla quale investire fiducia e speranza.

La mancanza di questo provoca un vuoto di spazio politico, in cui prende quota facilmente l'illusione che il problema sia l'inadeguatezza della classe dirigente attuale. La mancanza di un "pensiero forte", però, rappresenta un problema più complesso e profondo: è lo stesso che rende possibile la presenza di un'assise come quella di Firenze, e allo stesso tempo che ne rende manifesto l'intento strumentale. Ieri all'assemblea dei circoli del Pd è stato ricordato: i giovani ci sono, sono in tutti gli organismi dirigenti e sono anche tanti (tantissimi in segreteria nazionale, l'80% dei segretari di federazione). Questo rinnovamento però stenta a venir fuori perchè deve passare dal piano dell'anagrafe a quello delle idee, e, ribadisco, proprio per questo l'assise di Firenze non ha alcun senso se non quello di rappresentare una lucida rendita di posizione nel quadro politico attuale.

Il Partito Democratico fa fatica a costruire quel "pensiero forte", è inutile negarlo. Non è un problema solo nazionale ma europeo: tutti i Partiti Socialisti europei sono impegnati nella ricerca di una nuova chiave di lettura dei processi, nazionali e sovranazionali, in risposta ad una destra in grado di trasmettere un'identità conservatrice molto più rassicurante. E di questa sfida non se ne può far carico soltanto il Segretario, ma deve essere sentita da tutto il partito come organismo collettivo.

Bersani sta provando in tutti i modi a fare questa operazione. Le assemblee nazionali per rilanciare il programma nei suoi diversi punti, un corretto funzionamento della democrazia interna ed un tentativo di spostare l'azione politica all'esterno anzichè nelle beghe interne. Ne sono un esempio le mille piazze, il porta a porta e ora la manifestazione dell'11 Dicembre. Nostro dovere è aiutarlo, ognuno nel suo ruolo, con un contributo attivo di idee e con una responsabilità in più. Credo infatti che una nuova visione, un "nuovo paradigma" come è stato chiamato, debba essere costruito in primis da una nuova generazione. Quella è la sfida sulla quale sarà misurata per distinguersi e svolgere una funzione; altrimenti toccherà a quella dopo o a quella dopo ancora, chissà.

Alcune considerazioni anche su Fini, la formazione di FL, e sul discorso a Bastia Umbra. Sull'uomo e sul fatto si svolge da tempo in casa nostra un dibattito tipico da corridoio Pd: esilarante per la sua inconsistenza. La nascita di Futuro e Libertà può essere considerata una significativa ed importante novità per il panorama politico italiano senza che ciò implichi la condivisione delle sue posizioni politiche, contraddittorie, confuse e per giunta di destra.

La comparsa di un partito che sparigli le carte di una maggioranza parlamentare che ci stava portando velocemente al tracollo è per noi la dimostrazione dell'inconsistenza dell'azione di governo, oltre che il segno della nascita di un interlocutore, aldilà della sua coerenza, minimamente più interessato del Presidente del consiglio al destino del paese. Essa segnala anche l'implosione di un modello di partito autoritario e personale, modello che noi stessi combattiamo e continuiamo a combattere.

Tutt'altro discorso è il giudizio nel merito delle posizioni di Fini. Ho sentito oggi un fragile miscuglio di idee: valori della destra tradizionale (patria, sicurezza, giustizia), istanze di spiccata tradizione cattolica (una per tutte la famiglia) finanche a istanze radicali in contraddizione con quelle sopra descritte (integrazione, tolleranza sessuale, critica del capo). E' il tentativo di costruire un nuovo orizzonte del centrodestra, più moderno e civico, fino a strizzare l'occhio al nostro elettorato disincantato e senza fiducia, accreditandosi come la novità della politica italiana. Un'operazione di posizionamento strumentale, sul quale va inchiodato esattamente come Bersani sta facendo: non si possono rappresentare queste posizioni dopo essere stato al governo con lor signori per tutto questo tempo, fermo restando l'orizzonte di cacciare una maggioranza di governo che sta rovinando il paese.




permalink | inviato da ricardo il 7/11/2010 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
4 novembre 2010
Alla fine della giornata..


Sono tornato dopo una lunga e faticosa giornata a casa, ed in tv si parlava di Ruby e delle frequentazioni del presidente del consiglio; una cosa già incredibile di per sè. Che ci trovassimo in un momento di abbrutimento era chiaro, e forse l'ho anche già scritto. Ed in questo momento sembra che la coscienza civile del paese sia stata narcotizzata, si sia assuefatta ad un imbarbarimento di tutti i giorni che fa spavento, tanto da mettere il dubbio sul fatto che se ne possa uscire.

Noi dobbiamo tenere duro. Dobbiamo continuare ad andare in direzione ostinata e contraria in un momento in cui l'aridità rischia di entrare nella testa e persino nel cuore di ragazzi giovani e giovanissimi. E non cambio opinione: il contributo di noi tutti è indispensabile per combattere questa battaglia, ognuno nel posto in cui è più utile e dalla postazione che sente più congeniale. C'è chi si lancia tra le persone e trova lì il suo posto di combattimento. C'è chi lo fa nello scuro di un ufficio, poggiato su una scrivania. C'è chi prova a riincontrare persone perse di vista da un po' di tempo, e le trova diverse da come si aspettava, probabilmente perchè è diventato diverso lui.

E sono anche convinto che, arrivati a questo punto, l'organizzazione giovanile sia l'unico argine a questa deriva. Continuo a pensare che l'apporto di una generazione, il nostro contributo di intelligenza e di attivismo aiuterà a tenere accesa una speranza, una prospettiva di un mondo migliore. Abbiamo tanto lavoro da fare ed una grande responsabilità.

Istruitevi, perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza; organizzatevi, perché abbiamo bisogno di tutta la vostra forza. (Antonio Gramsci)




permalink | inviato da ricardo il 4/11/2010 alle 22:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
21 settembre 2010
Un sorriso per nascondersi e gli occhi per parlare

Non riesco a scrivere delle vicende politiche ultimamente. Non riesco a scrivere nè di quelle del Partito Democratico, nè di quelle della crisi di governo, anche se questa potrebbe aprire le porte a nuove elezioni. E ce ne sarebbe da dire; si sono riempiti fogli di inchiostro, tra lettere, case e attacchi a leadership, tipici del gossip politico che imperversa sui mezzi di informazione. Ma non mi va'; non saprei da dove e come cominciare. Rimango stupito di fronte alla più totale assenza di analisi politica e riflessione; sembriamo tutti incapaci di discutere e di confrontarci, caduti in una insopportabile balcanizzazione dei giudizi e del pensiero, e tutto questo lo stiamo pagando perdendo di vista quelli che dovrebbero essere i veri nodi non sciolti di questo paese, per primo quello sulle sue prospettive come ci ricordava Amato nella lezione già postata sul blog.

Forse non è casuale. Forse è figlio di una società dell'apparire, in cui tutto è finalizzato all'impatto di brevissimo periodo. I rapporti, i sentimenti, le relazioni e le riflessioni sembrano assumere, sempre di più, solamente una patina di superficialità, che toglie spazio alla profondità dei pensieri, alla comunione di intenti, al senso profondo di appartenenza ad una missione collettiva che prima caratterizzava i grandi partiti di questo paese. E visto il livello del dibattito è comprensibile che il tutto continui a peggiorare.

La cosa più buffa è che questo ci ha influenzato a tal punto da stravolgere la nostra capacità di giudizio sulle cose e sulle persone. Prendiamo Bersani. Certo che se lo confrontiamo con i nostri grandi leader del passato (Berlinguer a titolo di esempio) qualche pensiero ci viene. Dopodichè avete mai fatto il giochino inverso? Avete mai pensato ad un Berlinguer al giorno d'oggi? Probabilmente l'avremmo massacrato. Perchè non sarebbe stato "figo" al punto giusto, perchè questo suo essere troppo responsabile e dimesso sarebbe stato considerato troppo poco radical, questa sua antipatia per le televisioni e questo suo riserbo un po' austero non avrebbe conquistato il cuore della famosa casalinga di Voghera.. E' un gioco, ma rende l'idea. Invece di sentirci parte di un processo collettivo più ampio e dare autorevolezza a chi ha il compito di rappresentarlo ai massimi livelli, assistiamo a dibattiti stucchevoli su leadership e candidature, ammantati di finta politica per nascondere il fondo smaccatamente personale di cui sono intrisi. Facciamolo lavorare questo segretario, ci sta provando in tutti i modi, nelle sedi deputate, e lo sta facendo bene. Ci dobbiamo sentire tutti un po' meno protagonisti ed un po' più partecipi, come dovrebbe essere nelle grandi organizzazioni collettive.

Eppure io non mi rassegno a questo clima. Guardo spesso le foto dei vecchi segretari del PCI, e nessuno di questi aveva lo sguardo da "leader moderno". Erano "diversi". Spesso sorrisi, ma di quei sorrisi che nascondono qualcosa di più: se ne legge la sofferenza della Resistenza, la fatica del lavoro quotidiano, il peso della responsabilità. Noi non abbiamo bisogno un "Capofortuna" come qualcuno vorrebbe, che "regala sorrisi distesi ai suoi elettori e ai bambini bon bon". A noi serve riconquistare il senso di una missione, uno spirito collettivo di appartenenza, la fiducia, la rabbia e l'orgoglio nel voler cambiare le cose, partendo dai problemi di questo paese nella nostra scuola o università, nel nostro posto di lavoro, nel nostro territorio, nella società in cui viviamo tutti i giorni senza dare retta a chi ci contrappone ad essa.

Poi possiamo anche parlare delle lettere a questo paese, della vocazione maggioritaria (che di maggioritario non ha proprio nulla), dei sindaci che vedendo il partito come terreno di conquista invocano rottamazioni di massa (proprio perchè se parlassero di politica non se li filerebbe nessuno per l'inconsistenza delle loro tesi). Ne possiamo pure parlare. E' che dopo un po' non so più da dove cominciare, e mi sento francamente un po' ridicolo.




permalink | inviato da ricardo il 21/9/2010 alle 22:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
5 settembre 2010
Per ricominciare bene

Quando ho sentito questa lezione sono rimasto di sasso. L'estate non è stata foriera di grandi spunti, in balia di una politica caduta sempre più in basso, senza spinta nè capacità di quella alta funzione di sintesi alla quale è chiamata. E' l'Italietta che abbiamo davanti.

Alla vista di questo intervento di Amato, sintetico per quanto sia di mezz'ora, sono rimasto ipnotizzato. Oltre ad una lucida ed importante riflessione sul tema dell'Unità di'Italia, uno sui quali mi districo meglio tra l'altro, le conclusioni andrebbero scolpite nel marmo. In un momento in cui la superficialità e la profondità dei pensieri sembra sparire, in un momento in cui personalmente fatico a lasciare anche solo un commento di facebook su fatti d'attualità politica, perchè ci stiamo abituando ad un pensiero supericiale e povero, queste parole mi sembrano le migliori utilizzabili per ridare dignità al linguaggio, alla riflessione, al pensiero delle persone così chiuso in facili Clichè.

"Oggi la mia impressione è che siamo divisi, ma che le divisioni, e i temi sui quali siamo divisi, non scalfiscono il muro che ci tiene chiusi dentro il presente e non sfondano verso una prospettiva di futuro di cui abbiamo un disperato bisogno"....

"Ecco, ci è successo qualcosa; guardate, avete letto quel fondo di Magris l'altro giorno che diceva:"Stiamo diventando incivili", e il linguaggio incivile che caratterizza il nostro parlarci lo giustifichiamo dicendo: "Ma tanto i ragazzi parlano così." Ma i ragazzi da chi l'hanno imparato a parlare così?.... Accettiamo tutto".....

"E questo mi ricorda un rischio di involuzione. Torno a Leopardi e vi leggo queste parole che lui aveva scritto nel "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani", è una frase famosa, che parla dell'Italia come era stata fino al '500 e di come si era ridotta nel '600 e a seguire: "l'Italia, che era stata la più vivace delle nazioni colte e la più sensibile e calda per natura, era diventata la più morta, la più fredda, la più indifferente, la più insensibile".
Non permettiamo che si dica questo di noi troppo a lungo, cerchiamo di recuperare la sensibilità, la non indifferenza, la capacità di distinguere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, non permettiamo ai grandi di commettere atti che per chiunque di noi sarebbero atti inammissibili ma, si sà, loro vivono un'altra vita, e allora a loro può essere consentito. Troviamo il coraggio di dire non è consentito, e pensiamo al futuro"....

Perdete questa mezz'ora di tempo. E' molto più formativa di tante altre cose che dovete fare.


 




permalink | inviato da ricardo il 5/9/2010 alle 15:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 maggio 2010
Correre..
 Parti. La strada va via e la musica batte nelle orecchie. Sempre più avanti, sempre più veloce. A volte il problema è nelle gambe, altre nei polmoni. Quasi sempre è nella testa. E' così la corsa. E', se ci pensate, lo sport più semplice che esista, ma per me è fantastico. Me ne attrae la filosofia: infatti che gesto c'è più semplice di correre? Nessuno. Non c'è abilità, non c'è gioco di polso, di mani, di gambe. In fin dei conti, correre, è un gesto vitale, che apprendiamo naturalmente sin da piccolini. Ci sei tu e la strada, le tue gambe e la fatica, i tuoi polmoni e l'aria. E' una prova muscolare, in cui ti spingi al limite delle tue capacità e devi dosare intelligentemente le tue energie. Ma, come diceva Al Pacino, la vita è una questione di centimetri. Ed è quando senti il cuore che pompa a mille, i quadricipidi che scoppiano e la stanchezza prendere il sopravvento, lì si vede chi sei. Tutto ti dice di fermarti, tu puoi decidere se andare avanti o no. E così è la vita. E' un gioco di tensione muscolare, di resistenza, di fatica, in cui la strada si fa giorno dopo giorno più ripida. E' una sorpresa: non credevo lo sarebbe stato tanto, ma lo è ogni giorno di più ed ho l'impressione che ci siano ancora diverse cose da vedere. E credo sia così per ognuno di noi, perchè in fin dei conti, vivere è un casino. Tutti scegliamo un percorso, dei tempi, un ritmo, e, a volte, ci chiediamo legittimamente dove stiamo andando. Ma poi ci accorgiamo che stiamo per strada, sempre con le nostre gambe, i nostri polmoni, la nostra testa.. 



permalink | inviato da ricardo il 29/5/2010 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
16 maggio 2010
Baldini Vs mondo
Continuo a pensare che i problemi che porrà la nuova manovra finanziaria sul nostro paese siano molto più importanti della fine del campionato di calcio. E non credo di essere lontano dal paese reale anche se per qualcuno lo sono.



permalink | inviato da ricardo il 16/5/2010 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 aprile 2010
Dov'è Dio in quelle parole?
Premetto che sull'argomento ho un grande deficit di conoscenza (e che di conseguenza le mie riflessioni magari appariranno immature e semplici). E premetto anche che la questione dei preti pedofili non c'entra nulla con l'oggetto di questo post, per i più magari un po' noioso (ed anche qui esorto i non interessati a cambiare canale).

Ma leggendo le parole del cardinal Bagnasco sul Sole 24 Ore di oggi non ho potuto che pensare una cosa: dov'è Dio in quelle parole? Non riesco cioè a distinguerle da altre posizioni politiche in merito ai diversi argomenti. Ho pensato subito a T.G. (che si confronta spesso con l'argomento) ed al senso di fare con lui una riflessione sulla fede in questi tempi. Perchè la tematica del rapporto con il sacro è la più antica dell'uomo. E questa spinge ad indagare sul cambiamento antropologico della nostra società, su come ognuno di noi vive la sua quotidianità, si rapporta con essa e si rapporta con se stesso; temi molto meno fumosi di quello che sembrano e temi sui quali solo le istituzioni religiose sembrano confrontarsi.

In una società "libera" rispetto al passato, siamo in balia di modelli di riferimento, modelli di successo e stereotipi culturali, che entrano nella nostra vita privata e segnano il nostro modo di vivere. Ed in questo quadro la religione (la chiesa Cattolica) si ripropone di dare un perno valoriale, dare dei cardini identitari alla nostra esistenza. Quella della fede è un'arma potentissima: è la risposta dell'uomo alle sue paure più ancestrali, più inconsce e quindi più spaventose, nel medioevo come ai giorni d'oggi. E' la risposta più chiara e semplice alle domande su noi stessi, su chi siamo veramente, su dove vogliamo andare e come vogliamo vivere la nostra vita. E' un ombrello protettivo che dà una forza d'animo speciale, un riparo verso le angosce, le paure di tutti i giorni; è una consapevolezza di non essere soli in questo mondo che spesso ci appare un po' buio.

Ma non ho la fortuna di avere questo dono.

Sospendo il mio giudizio sul divino, ma non riesco a "credere", a confrontarmi con i problemi dell'oggi su un piano puramente non materiale, nè riesco a vedere le cose che i suoi ambasciatori dicono come ispirate da qualcosa di più grande. Colgo cioè la profonda ed enorme importanza del tentare di rispondere a queste domande intimamente legate alla natura dell'uomo, ma al contempo non riesco a coglierne il piano soprannaturale e connetterlo con le questioni di tutti i giorni. E dato che anche io cerco risposte alle questioni dell'oggi, chiedo: dov'è Dio in quelle parole?




permalink | inviato da ricardo il 11/4/2010 alle 16:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 aprile 2010
I numeri e i giovani
L'analisi del voto la farò nelle direzioni della mia organizzazione nonchè in quelle del partito quando convocate. Anche perchè, più che l'analisi del voto stessa, è importante il perchè la si fa, ed ho come l'impressione che una vera analisi che vada aldilà della strumentalizzazione dei numeri, visto il clima, sia impossibile farla.
Già, perchè anche se i numeri appaiono freddi, questi sono come le parole, e possono essere utilizzati in diversi modi: dicono qualcosa una volta esibiti, ma dice qualcosa anche il modo in cui vengono esibiti. L'utilizzo dei dati elettorali da parte dei dirigenti del partito, come dei quadri intermedi, a mio avviso, rispecchia perfettamente il clima che si respira dentro il partito stesso: la continuazione imperterrita una discussione tutta autoreferenziale ed arricciata su se stessa, in cui i dati elettorali non sono utilizzati per capire cosa succede nella società e riflettere sull'attualità del nostro progetto politico, ma come strumento di misurazione di forza interna, di governo del partito, di affermazione di nuove leadership o di millantate capacità taumaturgiche verso i cittadini.

Quando il partito rinuncia allo studio della società, rinuncia all'elaborazione della "linea", succede che quell'elaborazione perde di autorevolezza, si territorializza e viene spesso lasciata agli amministratori locali, formando di fatto il partito degli eletti. Il candidato che prende più voti viene automaticamente considerato quello più vicino alla "ggente" ed ai bisogni dei cittadini. E' chiaro che tutto questo è paradossale, perchè continua ad avere una valenza tutta interna e protrae le condizioni perchè il calo dei consensi del Pd continui.

L'altro chiodo fisso che esce è quello del cambiamento radicale e del rinnovamento. Ritengo che anche questa tendenza è un'altra delle ragioni che ci terrà in minoranza per anni: anch'essa infatti è la cartina di tornasole di un dibattito tutto interno, non interessato all'analisi dei processi sociali ed a come rilanciare un progetto politico. Siamo diventati un po' tutti dei professionisti del "fare", dei burocrati eccellenti e dei grandi organizzatori. Poi quando ci chiedono cosa fare e perchè, andiamo un po' in confusione e tiriamo giù soluzioni trite e ritrite in anni di politica. Ci siamo tutti troppo esercitati nel proporre le persone, e nel lasciar perdere le cose.

Che in questo paese sia presente una classe dirigente vecchia anagraficamente è un fatto; che questo si scardini gridando contro il vecchiume, con qualche nota su facebook o (alla meglio che va) con qualche bella metafora è esattamente il motivo per il quale quelle classi dirigenti rimangono saldamente al potere. Io credo una cosa banale, ossia che una nuova classe dirigente si afferma per la forza delle sue parole d'ordine e per la sua capacità di creare consenso intorno ad esse (ed a coloro che le incarnano) senza deluderle. Non prima un'idea di partito e poi della società, ma il contrario.
 
E questo si fa con la forza della cultura e della passione politica. Leggendo, studiando i problemi odierni e tentando di risolverli, non con la noia arruffata dello studente, ma con la viva curiosità del dirigente politico. E' fatica. E' ricerca di una lente tramite la quale analizzare il mondo che ci circonda e le sue contraddizioni. Non sbattere i piedini come delle femminucce per riaffermare che siamo giovani bravi e ci meritiamo di più.

Penso che una cosa sia chiara: una nuova generazione gli spazi se li prende, non li chiede. E se non se li riesce a prendere è perchè banalmente non è ancora stata in grado di farlo da sola; se non se li riesce a prendere deve capire che non è ancora matura, che c'è ancora qualcosa su cui deve lavorare.

Nel mio piccolo questo tento di farlo tutti i giorni, e penso di poterlo fare nei Giovani Democratici. Cerco di lavorarci, dando il mio contributo in termini di conoscenze e voglia di fare. Sapendo che non basta essere giovani, ma bisogna anche dire cosa si vuole fare, consci della forza delle proprie idee, ma con umiltà e senza presunzione.



permalink | inviato da ricardo il 5/4/2010 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia
novembre       
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
Feed
blog letto 1 volte