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Perchè aprire un blog? Sicuramente è un nuovo modo di comunicare. E sicuramente non lo lascio a chi da "nuovo" si traveste. Non è semplice tenerlo vivo, ci ho provato una volta ma non ci sono riuscito.La democrazia telematica mi sembra una stupidaggine, le persone sono fatte di carne ed ossa e discuto con le persone guardandole in faccia. Questa però è una nuova fase, in cui il confronto avviene anche qui, e chi non c'è non c'è. E così sia...
13 gennaio 2011
Idee sui trent'anni, parte seconda


A seguito del mio post sui trent’anni sono stato stimolato da un saggio di Bauman ad una seconda riflessione. Ringraziando Enzo, e premettendo di non avere una formazione sociologica ma economica, vorrei dire qualcosa riconoscendo la modestia delle mie riflessioni.

Il dibattito sul cambiamento della nostra società, descritta come una società liquida e postmoderna, è molto interessante soprattutto se inquadrato nell’ottica di un nuovo pensiero della sinistra, e su quali siano i possibili punti di caduta in termini di cultura politica.

        Un primo punto da chiarire è il carattere di questo cambiamento: ritengo sia un errore accettare in modo acritico la trasformazione della nostra società, quasi come fosse un processo irreversibile.

Probabilmente non abbiamo fatto bene ancora i conti con quello che ha significato la vittoria del sistema liberista nel mondo e con le sue profonde implicazioni per la vita di tutti noi. Che la società di oggi sia una società frammentata, in cui il concetto di "classe sociale" abbia perso terreno è del tutto evidente. Cosicché è del tutto evidente che nella nostra società i movimenti dei capitali sono liberi e fluidi, e l'orizzonte dell'incertezza è un potente diffusore dell'individualismo che la domina. Ma non capita per caso: non è stata una passiva evoluzione della storia che ha portato tutto questo.

La logica secondo la quale è la pulsione individuale che ci guida verso la crescita della società è esattamente il fondamento di alcuni dei teoremi economici di più antica data: è il lascito intellettuale di quell’eccezionale professore di filosofia morale di nome Adam Smith. L’approdo di questa logica, nella sua versione più “dogmatica”, è stato il teorizzare che il ruolo dello stato fosse solamente quello di “organizzare” il mercato (l’unica istituzione veramente collettiva) togliendo vincoli pubblici soprannominati da qualcuno lacci e lacciuoli. Ed è esattamente quello che è avvenuto nel mondo di oggi, ossia i capitali sono liberi di fluttuare alla ricerca del profitto e i diritti dei lavoratori, a fronte di capitali così mobili, diventano qualcosa di sempre più intangibile. Unica arma di difesa? La (del tutto) potenziale capacità di reimpegnarsi nei settori scelti dai capitali stessi, o, in altri termini, scelti dal mercato (la famosa "mano invisibile").

E' questa la chiave di analisi dell'economia finanziaria, dove con un click si realizzano profitti a seconda di scommesse sulle oscillazioni dei prezzi dei derivati o di titoli. I governi si sono sbracciati per deregolamentare il mercato e permettergli di farlo. E' per questo che Marchionne può parlare ai lavoratori sostanzialmente ricattandoli: o si fa così, o i miei capitali andranno in altri paesi del mondo, in cui il costo del lavoro è stracciato e i diritti dei lavoratori calpestati. Così la ricerca di profitto si è estesa su scala globale, in contrasto con i salari reali rimasti al palo. E’ così che siamo passati da parlare di lavoratori a parlare di consumatori.

Il bello, è che dopo trent'anni ci accorgiamo che questa cultura ha messo radici anche nella società, nel modo di vivere la nostra vita di tutti i giorni. E la verità è che ne siamo stati succubi, l'abbiamo lasciata diffondere senza controllo, a dispetto di quanto fatto nei primi trent'anni del dopoguerra.

Si tratta però di capire il punto. La società non è diventata fluida, ma l’abbiamo resa tale, la società non si è deregolamentata da sola, l'hanno deregolamentata i governi, il capitale non si è reso da solo extraterritoriale e leggero, ci siamo dotati di tutti gli strumenti perchè potesse essere così. E vorrei che fosse chiaro che questa non è una critica tout court ai meccanismi di mercato, ma solamente un modo per chiarire quello che credo sia il problema: sbagliamo se pensiamo alla società "liquida" come a qualcosa di asettico e oggettivo, proprio perché dietro questa c'è una potentissima carica del tutto ideologica. C’è un’idea, una visione del mondo e dei suoi processi che si è affermata trovandoci sicuramente anche poco pronti a combatterla.

        A fronte di questo emerge un secondo punto fondamentale: non credo, tanto per continuare ad essere chiari, che si possa affrontare tutto questo con la semplice soluzione di dismettere i nostri strumenti identitari perché poco “di moda”. Pena di ciò è la condanna di qualsiasi forza della sinistra ad essere subalterna culturalmente al sistema in cui viviamo, e in quanto tale, residuale nello scenario politico.

Abbiamo però il dovere di fare uno sfrorzo di elaborazione per evitare soluzioni semplici e fuorvianti. Ed è un’illusione pensare di essere più al passo con i tempi abbattendo i cardini della nostra cultura, la cultura della sinistra, in cui pilastri erano i valori della fratellanza e dell’uguaglianza degli uomini.

Sempre nel paradosso infatti, questa società "liquida" ha creato aspetti vivi di scontro sociale tutt'altro che fluidi. Abbiamo avuto una feroce redistribuzione del reddito, in una società in cui la ricchezza si è spostata dal lavoro (non per forza operaio) in favore della rendita e del profitto; viviamo una stagione in cui sempre il lavoro è complessivamente svuotato non soltanto dei diritti, ma anche della capacità di esercizio dell'intelligenza e dell'intellettualità, creando (come da lezione Trentiniana) una frattura tra lavoratori attivi e passivi nei processi produttivi; abbiamo avuto una accumulazione di ricchezza a danno delle risorse naturali del nostro stesso mondo senza che ci curassimo di come ricostituirle, con un costo futuro che sarà pagato tutto dalle fasce meno abbienti della popolazione.

Se questo è vero, la nostra risposta non può essere quella di negare la presenza di un conflitto tra capitali e lavoratori (mi verrebbe da dire più che tra capitale e lavoro), non può essere quella di abbandonare il campo della difesa di fasce sociali e generazionali diverse tra loro, accomunate però dallo stesso problema, l'inesistenza di una qualsiasi prospettiva. Ci siamo fatti intimidire senza neanche accorgercene.

Sta a noi intanto cercare di avere consapevolezza del periodo che stiamo vivendo, e, in seconda battuta, riprendere il gusto ed il coraggio dell’analisi. La nostra forza, nel passato, era quella di opporre a tutto questo un’idea totalmente alternativa di società, idea che alla prova dei fatti è stata sconfitta. E’ chiaro che non possiamo interagire con questo mondo profondamente cambiato utilizzando ricette appartenenti ad un passato che non c'è più. Ma qui dobbiamo avere una capacità distruttiva e rivoluzionaria di ripensare il nostro sistema economico, chiamato classicamente “capitalista”. Dobbiamo aggredire con ferocia i nodi che hanno messo ai margini la difesa dei più deboli in favore di un sistema in cui vincono i più potenti, dobbiamo riprendere ad alta voce il valore della libertà nel lavoro e dell'uguaglianza degli uomini, dobbiamo lanciare un'offensiva feroce a privilegi e interessi. E tutto questo ripensando questo nostro sistema in una chiave solidaristica, che non lasci le persone alla mercè di un individualismo che scatena istinti sfrenati e rozzi. Recuperando la voglia di difendere i più deboli mediante il rilancio dell’azione collettiva, nuova, moderna, che tratti il nostro bagaglio culturale come un punto da cui partire e non come un peso di cui disfarsi per andare più veloci.

* Queste riflessioni sono conseguenze di letture e studi personali. In campo economico stanno fiorendo diverse proposte alternative ai dogmi neoliberisti, sia sul piano teorico che sul piano pratico, che ovviamente neanche si conoscono perché frettolosamente messe ai margini. La mia riflessione più avanzata, al tempo, mi ha portato a fare un'articoluccio sul ruolo dell’Europa. Sarà anche utopia, ma mi sembra ancora, a mio modestissimo parere, l’unico punto di caduta.




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4 gennaio 2011
Idee sui trent'anni (una riflessione dopo L'Aquila)
 

La lezione di Pianta al seminario invernale che abbiamo svolto a l'Aquila ed una chiacchierata da poco svolta con un amico mi danno modo di mettere nero su bianco delle mie riflessioni che volevo scrivere da tempo, sulla fase che attraversiamo, sulla comprensione degli ultimi trent'anni e sulla realtà che ci circonda.

Tanto per essere chiari, non credo che si possa parlare di quest’ ultimo periodo soltanto in una chiave di critica del capitalismo e della finanziarizzazione dell'economia. Questi ultimi sono certamente fattori importanti, da tenere d'occhio però in un'ottica storica un po' più complessa e generale: ritengo infatti, che per capire le tendenze degli ultimi trent'anni, non si possa solamente analizzare le ragioni del crollo di un sistema economico, ma vadano compresi anche i motivi della sua ascesa. Pena di questo errore è un pensiero "corto" e incompleto, che non può non ricadere esclusivamente in ricette passate e, in quanto tali, conservatrici anche se estremamente critiche verso gli aspetti degenerativi di questo convulso periodo.

Il crollo della Lehman Brothers del settembre 2008, il campeggiare sulle pagine dei giornali degli scatoloni fatti dai manager più "famosi" del mondo, rappresenta una pagina periodizzante della nostra storia, sottovalutata come tutte le pagine periodizzanti imposte dall'economia. E’ stato il segnale "estetico" del crollo del sistema liberista impostosi per quasi trent'anni nella scena economica e politica del mondo. E' la data della fine di un ciclo economico-politico, che viene dopo altri cicli conosciuti nella nostra storia. Ed in tutti questi la politica procede assieme ai fatti periodizzanti dell'economia (o poco prima o poco dopo) proprio perchè ogni impostazione economica porta con se un importante tasso di ideologizzazione politica, e la politica traduce le intuizioni economiche a seconda degli eventi della storia.

La teoria generale di Keynes è del 1936, il new deal Roosveltiano del 1932 e la conferenza di Bretton Woods del 1944. Per vicende di ordine storico-politico-economiche (la "grande depressione" e lo spettro della disoccupazione ecc., lo scoppio della seconda guerra mondiale, il bisogno dei governi di alimentare la spesa per gli armamenti a debito, la vittoria nella guerra dell'America ma anche dell'Unione Sovietica) si afferma il principio che il mercato da solo non basta per governare le economie, che i teoremi neoclassici fossero errati, e che l'intervento dello stato sulla “domanda” fosse fattore necessario per la crescita economica.

Quella stagione ha portato con sé una forte avanzata del "welfare state" e l’acquisizione di diritti sociali economici e civili da parte di lavoratori e cittadini, dando avvio ad una fase di ricostruzione e crescita economica.

Ogni sistema però crolla sotto il peso delle sue contraddizioni. Ad un certo punto gli stati nazionali hanno dovuto fare i conti con un mondo diverso rispetto a quello di trent'anni prima, un mondo che diventava sempre più "globale", in cui l'economia correva più velocemente dei processi politici, in cui le valute non reggevano più un tasso di cambio controllato ed i governi non reggevano l'incremento dei debiti pubblici.

La fine degli accordi di Bretton Woods nel '71 è un esempio dello scricchiolio di quel mondo, che consacra l'inizio di un nuovo ciclo nel quale, proprio per queste caratteristiche, la palla passa dai governi agli agenti economici. E' questo il postulato di fondo della teoria di Milton Friedman, come lo era dei teoremi neoclassici che tornano ferocemente in voga dopo anni di resistenza culturale, che ha i suoi bardi nei Chicago Boys nati anche loro agli inizi degli anni '70, e che trova forza politica nei governi della Tatcher prima, Reagan poi e nel crollo dell'Unione Sovietica come ciliegina sulla torta. Quel sistema, per un periodo della nostra storia, ha rappresentato il viatico della società occidentale per consolidare la sua forza nel mondo, e si è evoluto, partendo da importanti innovazioni tecnologiche fino ad arrivare all'economia finanziaria, l'innovazione più incredibile e radicale della nostra storia recente. E, sempre nei paesi occidentali, quel sistema porta ricchezza, li rende capaci di "internazionalizzarsi", di sfruttare le opportunità capitalistiche (le opportunità di profitto) su una base molto più larga di quella dei mercati nazionali: i profitti possono provenire da qualsiasi parte del mondo, che vengano dall’ internazionalizzazione della produzione o, in maniera ancora più veloce, dall’ internazionalizzazione dei capitali che con un click si spostano da paese a paese. E tutto questo funziona in maniera sistemica, fino a che nel settembre 2008 tutti ci rendiamo conto che la polvere sotto il tappeto era eccessiva e che forse avevamo creato un mostro che eravamo incapaci di vedere grazie ai nostri paraocchi. Non è che i problemi non fossero già visibili ed in parte denunciati. E' che, anche nelle accezioni più critiche, difficilmente ci si è discostati dalla narrazione ortodossa della modellistica economica, e chi ci ha provato è stato rapidamente messo ai margini del dibattito.

Questo passaggio è cruciale a mio avviso per comprendere il punto. Non c'è bisogno che sottolinei ora le contraddizioni che portano anche quest' ultimo ciclo a crollare (furfantesca redistribuzione del reddito, consumo a debito in tutto il mondo, dogmi monetaristi resi intoccabili, disastri energetici e ambientali da noi troppo sottovalutati e tanto altro). Ma alla fine di un ciclo, in un periodo che potrebbe essere radicale in quanto al cambio di paradigma con il quale si guarda al mondo, le forze politiche, ed in primis quelle forze che hanno come "mission" la difesa delle categorie penalizzate in quest'ultimo trentennio (ossia le forze socialdemocratiche ampiamente intese), hanno la possibilità di ritrovare un forte spazio di protagonismo a dispetto dei poteri forti che si sono affermati, ed hanno l’opportunità di farlo non chiudendosi in ricette già conosciute proprio perché si apre lo spazio per costruirne delle nuove. Un nuovo paradigma infatti non si forma in modo meccanicistico dalle ceneri del vecchio, ma ha bisogno di costruzione, impegno e soprattutto di idee. C’è sempre stato un pensiero, mi verrebbe da dire una filosofia, dietro alle teorie più durevoli della storia, ed è la costruzione di questo "pensiero forte" che deve vedere impegnate in un orizzonte di lungo periodo le forze politiche, se esse vogliono stare al passo con i tempi. Altrimenti la politica sarà sempre più schiava di convitati di pietra che ne oscureranno il ruolo facendola ricadere nel mero mestiere della gestione dell'esistente senza capacità di prospettiva futura.




permalink | inviato da ricardo il 4/1/2011 alle 14:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
30 aprile 2010
Gli stati nazione, così come sono ora, non sono più sufficienti.
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Parliamoci chiaro: in Europa gli stati nazione, così come sono ora, non sono più sufficienti. Dietro la crisi finanziaria greca si nasconde qualcosa di più di un problema economico. Non è infatti il primo caso di default pubblico capitato nella storia: si possono ricordare il caso del Messico del 1994 e quello della Corea del Sud del 1997 (per i quali il Fondo monetario Internazionale coordinò aiuti per 50 e 55 miliardi di dollari!), e poi la Russia, il Brasile e così via.

Questa però, è la prima vera crisi finanziaria che colpisce l’Eurozona, trovandola del tutto priva di strumenti per combatterla. Non è ammesso infatti l’aiuto della Bce, perchè dovrebbe prevedere un coordinamento politico di questi aiuti. E così la Grecia non ha per giunta neanche la possibilità di reagire con strumenti valutari, o con le leve della politica monetaria. Berlino è stata più volte chiamata a pronunciarsi sul problema; a parte quelle di queste ore, le risposte sono state diverse ed inutili: prima un’ipotesi di aiuti coordinati dalle grandi banche francesi e tedesche, poi il richiamo al rientro nei canoni di rigore fiscale, poi i nuovi tentennamenti sugli aiuti. Intanto il dentifricio è uscito dal tubetto, le aste sui titoli di debito greci sono andate sempre peggio facendo schizzare i tassi di interesse fino a livelli da “junk bond” (“titoli spazzatura”: ad alto rischio), ed è giunto il declassamento del rating di Grecia e Portogallo. L’indecisione della politica europea sul risanamento dei conti greci ha minato di giorno in giorno la fiducia degli investitori rendendo instabili i mercati e, in assenza di risposte chiare sul risanamento del deficit, è montata anche la tensione sociale nel paese, complicando il quadro e rendendolo ancora più ingovernabile. I tentativi di Papandreou di procedere con piani di rigore fiscale sono sembrate come le storielle del matto di paese. Notizia di poco fa è che anche il rating della Spagna sia stato declassato: un chiaro giudizio degli investitori internazionali sulle economie indebitate del nostro continente, tra le quali c’è anche la nostra. E mentre tutto questo è capitato la politica è rimasta a guardare, affidando le sue speranze a più o meno convincenti risposte nazionali sulla sostenibilità del loro debito pubblico. Il caso greco mostra che questo non basta più.

Se l’Europa vuole sopravvivere ad agitazioni di questo genere, sempre più frequenti nel mondo di oggi, deve avere il coraggio di scelte importanti.

La competizione internazionale è sempre più fitta, nuove sfide si aprono all’orizzonte. Gli Usa e la Cina in primis, ma anche tanti altri paesi emergenti, procedono con aggressività ad operazioni di crescita economica e finanziaria. La crisi globale ha avuto anche conseguenze politiche profonde, dimostrate dalla crescita dei consensi di tutte quelle formazioni reazionarie, conservatrici ed antieuropeiste. Alle crisi si può rispondere o facendo leva sulle paure, come quella della perdita del posto di lavoro, dell’immigrato, del diverso, dello straniero, oppure con le riforme, con il progresso e la sfida del cambiamento. Credo che sull’idea di governo Europeo e di Europa vi sia una fondamentale linea di discrimine tra il campo conservatore e quello progressista. Di fronte a sconvolgimenti di questo genere, la difesa della propria nazione, della propria regione, del proprio paesotto non tiene più. Il mondo si muove troppo rapidamente per permettere chiusure in confini territoriali.

E questo a tutela anche dei paesi più ricchi. La Merkel sa benissimo che se Atene piange, Sparta (Berlino) non ride: gran parte delle sue esportazioni sono ancora dirette a paesi europei (tra quelli bollenti soprattutto Spagna ed Italia). Un crollo delle economie europee non gli gioverebbe di certo, perchè si ritroverebbe a competere con partner molto più aggressivi e forti di lei con l’arma dell’export spuntata.

L’unione monetaria per come l’abbiamo immaginata fino ad ora on basta più. Politiche monetarie diverse da politiche fiscali sono incompatibili, l’impotenza di un continente nel soccorrere l’economia di un paese membro è inaccettabile, ed andrà a ritorcersi anche contro le economie più ricche. Le inadempienze greche nel nascondere la voragine pubblica sono state enormi, come è enorme al tempo stesso l’incapacità di intervento su problemi ai quali un unione monetaria dovrebbe essere allenata.

Credo che a questo punto l’unificazione politica europea dovrebbe accelerare e non frenare il suo corso. Non sono ingenuo, so che le resistenze sono enormi. Queste però non colgono la complessità del mondo di oggi, che potrebbe metterci davanti a prove più difficili di quanto possiamo lontanamente immaginare. E’ venuto il momento di riprendere il tema dell’unificazione politica europea. Altrimenti, non so dire a quale folata di vento, ma rischieremo di dissolverci.




permalink | inviato da ricardo il 30/4/2010 alle 8:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
11 febbraio 2010
Arrivati al fondo, si può sempre scavare

Questa è incredibile. Un sondaggio per capire se siamo a favore o contro il crollo finanziario di un paese europeo. Un incredibile argomento di conversazione. E poi oramai il cosiddetto paradigma di perfetta razionalità dei mercati (la capacità dei mercati di flettersi in bene o in male a seconda degli eventi -anche sociali- che potrebbero influenzare il corso delle quotazioni) è dato per scontato. Ma il tutto è paradossale. Cioè: noi non dobbiamo salvare la Grecia per evitare che una delle economie della nostra "zona" venga travolta, per salvaguardare lavoratori e lavoratrici, imprenditori ed imprenditrici, il futuro di qualche milione di persone. No. Noi dobbiamo farlo perchè altrimenti i mercati si innervosiscono, e l'Euro traballa. Siete a favore del default della Grecia? Votate!!!

http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=sondaggio&chId=30&sezId=8720&id_sondaggio=10829




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5 febbraio 2010
Et voilà
Non sono assolutamente un genio. Conosco solo accademicamente l'argomento. E già che questo comporti il fatto che tutto sia leggibile in termini parodistici non è un dato da poco. Vi segnalo questo articolo che racconta la posizione di Trichet espressa da poco nella conferenza stampa della Bce.

Più o meno riassumibile così:
La crisi è finita, rientrate con la spesa pubblica e risanate il deficit.
La crisi è finita, i tassi non si abbassano.
Il piano di rientro del deficit della Grecia è un buon piano. Lo attui in fretta.
I mercati europei sono solidi e questo li "mette in posizione di vantaggio rispetto a tante altre aree economiche avanzate del mondo".

Unico obiettivo: combattere l'inflazione e tranquillizzare i mercati finanziari e valutari. Chissenefrega degli effetti di aggiustamento sul mercato del lavoro, della crescita zero europea e di altre questioni. Ammesso che, in questo strenuo tentativo, riescano nel loro intento. Sembra più dogma che economia. O appunto, mantra.



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2 febbraio 2010
La Bce, un cane che si morde la coda...

Nell'Eurozona si apre un dibattito interessante, che ha visto l'intervento anche dell'economista Roubini su Repubblica domenica. Che facciamo con la Grecia? Il Default delle finanze, la bassa crescita del Pil, non sono cose gravi in termini assoluti per l'Europa, in quanto il loro peso è molto relativo. Sono però gravi perchè evidenziano i nervi scoperti del sistema economico Europeo, della Banca Centrale Europea, e della profonda tensione ideologica con le quali esse vengono gestite.

Ed i nervi scoperti sono contenuti nella sua stessa ragione di esistenza,
1) Il controllo dell'inflazione come unico obiettivo finale della Banca Centrale Europea
2) Una politica monetaria comunitaria con un obiettivo, e tante politiche fiscali nazionali con obiettivi potenzialmente diversi

E' qui che casca l'asino. Chi si scapriccia di queste cose lo sa bene: la tesi, profondamente monetarista, sostiene che controllando la crescita dei prezzi e della moneta le altre grandezze fondamentali dell'economia (crescita e occupazione) potranno avere un corso più controllato e virtuoso, senza tra i piedi la preoccupazione di finanze in dissesto e sfiducia nei mercati nazionali. E quindi ogni due settimane ci si vede alla BCE e si decide se alzare o abbassare i tassi di interesse a breve, a seconda dell'andamento dell'economia; il resto lo lasciamo ad altre istituzioni. In fin dei conti che se la vedano loro.

Ma appare la Grecia; e neanche Portogallo Spagna e lo stesso nostro paese se la cavavo bene sul deficit. Che facciamo? Il deficit sta portando interessi sui titoli di stato della Grecia da junk bond, ed in più sfiducia nei mercati europei, con l'Euro che scende sotto
1,40 dollari. Dobbiamo intervenire allora! Iniezione di liquidità alla Grecia? C'è un problemino, però: che se diamo liquidità alla Grecia, aumenta anche l'inflazione, ed in più altri governi, che inoltre hanno un peso anche superiore in termini economici della Grecia, potrebbero essere invogliati a richiederli a loro volta. Ed in governo Greco intanto si affanna a dire che entro il 2013 rientrerà nei cardini del 3% del rapporto disavanzo-Pil, grazie a misure di "austerità"... Insomma una bella gatta da pelare.

LA MORALE (almeno a mio avviso)

1) Neanche la Fed ha come suo obiettivo finale il solo contenimento dell'inflazione, ma nel suo statuto ha anche l'aiuto alla crescita. E' bene che i governanti della BCE lo capiscano il prima possibile, e non si comportino come economisti più di Chicago degli economisti di Chicago stessi (che quando si è trattato di salvare banche di investimenti e istituti finanziari i soldi pubblici li volevano eccome).

2) Che il rapporto deficit/Pil, non diminuisce solo se tagli il deficit, ma anche se cresceil Pil. Piccola regola aritmetica ma con un qualche significato economico.

3) Che siamo in crisi economica, e mentre tutto il mondo opera iniezioni di liquidità per salvare pezzi di economia nazionale, l'Europa lascia questi interventi alla politica fiscale degli stati. E che questo problema è ben più complesso, perchè sottende quello mai sciolto della sovranità europea, della forza del Parlamento europeo e delle politiche degli stati. Così però non funziona. Politiche monetarie e politiche fiscali degli stati hanno bisogno di essere coordinate.

4) Che non credo personalmente che con politiche di austerità in quanto tali si risollevi un paese. Vanno sì tagliati sprechi e sperperi, ma la strozzatura a spesa ed inflazione implica in maniera diretta strozzatura alla crescita. Senza camuffamenti o alchimie della politica del "mercato per il mercato", che, in quanto tale, è instabile.

Non ho detto nulla di nuovo, ed anche qui, mi sembrano cose di buon senso.




permalink | inviato da ricardo il 2/2/2010 alle 12:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 ottobre 2008
La crisi
Non so voi, ma a vedere questo link la cosa mette paura. Un crollo dopo l'altro. Scorrendo velocemente le notizie, la cosa più spaventosa è la questione impregilo e san paolo sospese per eccesso di ribasso

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Borse, Europa a picco
forti perdite anche in AsiaMercati europei nel panico con listini in caduta fra il 9-10 %, Milano cede oltre il 6%. Anche le piazze asiatiche in forte perdita: i Paesi della regione hanno annunciato il lancio di un fondo monetario per far fronte alle crisi finanziarie, poco prima del vertice Asia-Europa che si apre a Pechino. La Borsa di New York ha chiuso con il Dow Jones a +2.02% e il Nasdaq a -0,73%. Il Pil britannico registra la prima contrazione in 16 anni, e scende dello 0,5%. Per il 7 novembre è stato deciso un summit informale di capi di Stato e di governo dell'Unione europea per riscrivere le regole dei mercati finanziari. L'Opec taglia la produzione del greggio


Si allarga la lista delle sospensioni al ribasso per Piazza Affari. Dopo Intesa Sanpaolo lo stop ha coinvolto anche Telecom, Eni, Tenaris, Luxottica, Bulgari e Impregilo.

Panico sui mercati azionari con caduta rovinosa degli indici. A Francoforte l'indice dax fa segnare un tonfo del 10%. A Parigi l'indice Cac-40 accusa un calo che sfiora il 10%, Madrid oltre il 9%, Londra -8,55% e Amsterdam -9,50%. Milano cede il 6,2%.

La borsa di Bombay perde oltre il 10% e scende sotto i 9 mila punti. Oggi la banca centrale indiana ha annunciato che lascerà invariati i tassi di interesse ma ha detto di essere pronta a reagire rapidamente alla crisi finanziaria mondiale. In questo mese la banca centrale ha immesso nel sistema finanziario 30 miliardi di dollari e lunedì ha ridotto dal 9% all'8% il tasso "repo".

I titoli Impregilo e Intesa Sanpaolo sono stati sospesi dalle contrattazioni per eccesso di ribasso. I due titoli cedono rispettivamente il 9% e l'11%

Perdono ulteriori posizioni le borse europee, frenate dai timori sugli utili di fine anno e dal calo delle quotazioni del greggio, che pesa sui titoli del comparto. La più colpita è Francoforte (-7,72%), che vede scivolare il produttore di camion Man (-11,71%) dopo i dati sulle vendite di veicoli industriali in Europa, scese del 4,8%, con punte del -50% in Spagna e del 18% in Italia. Giù anche Infineon (-11,48%), Daimler (-12,59%) e Volkswagen (-10,72%), mentre il colosso dei mutui Hypo Re cede il 10,57% e Bmw il 10,44%. A Milano, lo S&P/Mib perde il 5,58%, il Mibtel il 5,34%,Parigi -7,15%, Londra -6,18%

Unicredit "non vede la minima ragione per ulteriori azioni sul capitale, nè da parte dei nostri azionisti nè da parte del contribuente italiano". Lo afferma un portavoce della banca dopo le ipotesi di stampa relative a un'ingresso nel capitale del Tesoro

Alle 11:15 a Milano l'indice Mibtel cede il 4,97%

Il prezzo del petrolio continua a calare sulla scia dei nuovo crolli generalizzati delle borse. Negli scambi dell'after hours sul Nymex, il mercato delle materie prime di new york, i futures in prima scadenza cedono 2,61 dollari, con il barile di west texas intermediate a 65,23. Nel corso degli scambi il Wti ha segnato un minimo a 64,62 dollari. Nel frattempo a londra il barile di brent, il petrolio del mare del nord, cala di 2,29 dollari a quota 63,63.

L'Opec ha deciso di ridurre la produzione petrolifera di 1,5 milioni di barili/giorno (Mbg) a partire dal primo novembre. Lo hanno reso noto fonti delle delegazioni dei paesi membri, a margine della riunione straordinaria che il cartello sta tenendo a Vienna. A fine settembre il ritmo globale di estrazione dell'opec era di 32,16 milioni di barili al giorno a fronte di un vecchio tetto ufficiale di 28,8 milioni

La Bce avrebbe i margini per una riduzione dei tassi d'interesse al fine di sostenere l'economia: questa l'opinione del ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde. "Appare evidente - ha detto in una conferenza stampa - che gli europei hanno più spazio di manovra circa gli strumenti di politica monetaria" rispetto agli Stati Uniti. Una riduzione dei tassi, ha rilevato il ministro, sarebbe possibile anche considerando il rallentamento dell'inflazione a settembre nell'Eurozona (3,6%) dopo i picchi di giugno e luglio (4%)

Borse europee a picco a metà mattina. Londra arretra del 6,5%, Parigi registra un -6,4% e Francoforte cede oltre il 7%. Forte ribasso anche per Piazza Affari che perde il 5,42% mentre Madrid segna una flessione del 6,39%. A guidare i ribassi è il comparto bancario con titoli come Hsbc (-10%), Santander (-l'8%) e Barclays (-l'11%)

La borsa di Mosca ha sospeso per un'ora gli scambi a causa del crollo delle quotazioni. L' indice Micex era sceso del 7,48%, lo Sberbank del 14,87%

La Borsa di Atene segna oggi dopo le prime contrattazioni un forte calo pari a -6,1%. L'indice composito è sceso a 1.784 punti, record negativo degli ultimi cinque anni

A Milano borsa in caduta libera: gli indici sono scesi ancora più in basso del minimo di due settimane fa e l'S&P/Mib, in particolare, ha sfondato la soglia tecnica, che gli addetti ai lavori consideravano invalicabile, dei 20 mila punti. Ora il calo è del 5,52% a 19.898 ma il minimo toccato in mattinata è stato anche di 19.793.

Borse europee in picchiata dopo la raffica di notizie negative dalle trimestrali con profitti in calo e soprattutto ridimensionamento dei target. I maggiori ribassi a Parigi, Francoforte e Amsterdam che lasciano sul terreno oltre il 7%. Bruxelles e Londra accusano ribassi del 6% mentre il Mibtel cede il 4,85% e Zurigo il 5,05%

Brusca frenata per l'economia britannica che nel terzo trimestre ha registrato la prima contrazione in 16 anni. Il Pil è sceso su base congiunturale dello 0,5%, oltre le attese degli analisti. Su base annua la crescita è stata dello 0,3%, la più debole dal secondo trimestre del 1992. La Gran Bretagna è sulla strada della recessione per la prima volta dal 1991, anche se tecnicamente non si può parlare di ciclo recessivo (due trimestri consecutivi di crescita negativa) tenuto conto che nel secondo trimestre il prodotto interno lordo era rimasto invariato rispetto al trimestre precedente.

Il presidente cinese Hu Jintao ha dichiarato che "i fondamentali dell'economia cinese" restano invariati, anche se la Cina è messa di fronte a fattori di instabilità dovuti alla crisi internazionale.
Hu ha parlato all'apertura del vertice Asem oggi a Pechino.

Bancari ancora nella bufera nella prima parte della mattinata: il comparto, secondo solo all'auto nella performance negativa, cede il 6,5% nello Stoxx. A Piazza Affari, le vendite si concentrano su Intesa San Paolo che lascia sul terreno l'8,82%, mentre Mps segue a ruota scivolando del 7,81% a 1,31 euro. L'istituto senese ha toccato anche 1,29 euro segnando il nuovo minimo degli ultimi dieci anni. Unicredit sotto gli 1,9 euro (-6,47%). Non vengono risparmiate dal ko gli istituti popolari: Bpm cede il 6,08%, banco popolare il 6,2%, ubi banca il 4,47%. Nel resto d'europa le più colpite sono Bnp paribas (-8,12%) a Parigi e soprattutto le inglesi Hsbc (-9,45%), Hbos (-8,89%) e Barclays (-8,36%).

La Banca centrale della Danimarca ha deciso a sorpresa di alzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale, portandoli al 5,5%, per sostenere la valuta. Lo ha comunicato l'istituto centrale in una nota in cui si spiega che la decisione fa parte del "continuo intervento per sostenere la corona danese".
Più volte la Danimarca ha modificato il livello dei tassi interesse indipendentemente dagli interventi della Bce e l'ultima manovra risale al sette ottobre scorso quando la banca centrale danese ha alzato i tassi di 0,4 punti percentuali portandoli al 5%

Francoforte maglia nera tra le borse europee con l'indice Dax che accusa un tonfo del 6,20%. Tra i titoli principali crollo del comparto auto. Daimler lascia sul terreno il 9,20% e Volkswagen il 9,60%

Viaggia in rosso la borsa russa sulla scia dell'andamento delle piazze asiatiche ed europee. L'indice Rts (in dollari) perde il 4,39% mentre il Micex (in rubli) cede il 4,66%. Sospeso per eccesso di ribasso il titolo Sberbank che ha lasciato sul terreno oltre il 10%

Mentre le Borse continuano ad andare a picco in tutto il continente, i governi asiatici si sono riuniti a Pechino ai margini del vertice con l'Europa per concordare delle prime misure comuni. Secondo fonti della delegazione sudcoreana i dieci Paesi del sudest asiatico riuniti nell'Asean insieme a Cina, Giappone e Corea del Sud hanno deciso di creare entro il 2009 un fondo di sicurezza di 80 miliardi di dollari per proteggere le economie della regione dalla crisi. La decisione è stata assunta in una riunione poco prima dell'apertura del summit dell'Asem, tra l'Ue e 16 Paesi asiatici

Sono in aumento le imprese che ritengono peggiorate le condizioni di accesso al credito. Lo segnala l'Isae registrando "moderati segnali di contrazione del credito per le imprese manifatturiere"

Scende il clima di fiducia del settore manifatturiero ed estrattivo passando a ottobre da 81,8 di settembre a 77,7. Lo rileva l'indagine condotta dall'Isae nei giorni dal primo al 20 di questo mese su un panel di circa 4.000 imprese. Si tratta del valore più basso registrato dal settembre del 1993. Il peggioramento è dovuto al forte calo dei giudizi sugli ordini e delle attese di produzione; scendono invece lievemente le scorte di magazzino. Peggiorano decisamente anche le attese sulla domanda e crollano quelle sulla situazione economica generale del paese.

A ottobre la fiducia dei consumatori registra una flessione contenuta. Lo rileva l'Isae, sottolineando che l'indice scende da 102,8 a 102,2 mantenendosi comunque, nonostante la crisi finanziaria, su valori superiori di circa 1,5 punti rispetto alla media di quest'anno. L'indice relativo alle opinioni sulla situazione personale degli intervistati passa da 114,4 a 112,3 mentre quello relativo al quadro economico generale scende da 80,3 a 78,4; guardando alle indicazioni sul solo quadro corrente, la fiducia scende da 107,1 a 105,3, mentre l`indicatore relativo alle attese a breve termine passa da 96,7 a 96. In tutti i casi si tratta di flessioni contenute, che portano gli indici su valori vicini o superiori a quelli registrati in agosto.

"L'economia giapponese non è in cattive condizioni" nonostante la crisi finanziaria. Lo ha affermato il primo ministro giapponese Taro Aso a Pechino, dove si sta svolgendo un vertice tra leader asiatici ed europei. Il Giappone, ha aggiunto Aso, "è colpito dal rallentamento globale che potrebbe portare a un calo delle esportazioni e a perdite nel mercato finanziario"

Appare pesante fin dai primi minuti di contrattazioni la seduta di Piazza Affari. Il Mibtel segna un calo del 4,49% a 15.466 punti e lo S&P/Mib del 5,515% a 19.976 punti




permalink | inviato da ricardo il 24/10/2008 alle 11:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 settembre 2008
Quando il tempo manca
il tempo manca ma tante cose vanno dette. Alcune le abbiamo sentite anche a Cortona altre le sentiamo ne le pensiamo di frequente, se ci guardiamo un attimo attorno. C'è poi chi per fortuna ha il tempo di scriverle. Con un po' di cose più tecniche, ma l'avrei detto proprio così. Chissà che forse non troverò presto il tempo..



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11 marzo 2008
Confusione economica
Quello che chiamano rapporto deficit-pil è in realtà il rapporto debito-pil e non il disavanzo sul pil. Il debito accumulato sul pil in italia ora è al 104%, e i parametri di Maastricht danno il rapporto ottimale mi sembra al 60%. Poi non se ne capisce bene il perchè, ma prima di spendere tesoretti dobbiamo capire che c'è tanta strada da fare...



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14 febbraio 2008
Le ragioni del dissenso
 

Non mi sento in grado di lanciare una linea di politica economica per la congiuntura odierna. Sono abbastanza modesto da pensare che sparerei soltanto un mucchio di cazzate, e di certo se fossi stato in grado di farlo in maniera seria non lo scriverei su questo blog. Ho però dei motivi di riflessione sulla tenuta della politica monetaria della Bce, e nello specifico per la questione dei tassi. La Bce non abbassa i tassi per favorire la crescita semplicemente perchè per statuto non lo può fare, e l'aberrante sta proprio in questo.

Mentre la Fed ha come obiettivo finale della sua politica monetaria (che passa soprattutto per la manovra di tassi di interesse chiave, e aggregati monetari) la stabilità dei prezzi e la crescita economica, la Bce ha solamente l'obiettivo di perseguire la stabilità dei prezzi, per una impostazione tutta ideologica. Abbassare i tassi e iniettare moneta vuol dire favorire una crescita economica che nel lungo termine sarà riassorbita, ed avrà l'unico effetto di far galoppare l'inflazione (secondo la teoria della neutralità della moneta). C'è un problema, che di questa cosa non ne era convinto già Keynes - e con qualche ragione - ed a questa regola si abdica facilmente per stabilizzare il mercato finanziario quando questo va in tilt, ma lì è come se ci fosse un lag spazio temporale in cui la regoletta aurea non conta. E' vero che questa cura conservarice fa bene al nostro paese, che ha coperto per anni il suo debito pubblico appunto con azioni di politica monetaria, ma sicuramente non è una cura da somministrare per la cieca fede nel fatto che lo spauracchio costante dell'inflazione possa metterci in ginocchio da un momento all'altro. Anche perchè in nome di questa è più semplice andare ad aggredire fattori che colpiscono fasce di reddito medio basse, e questo proprio non ci piace.

Ferma la stabilità che è comunque una regola di condotta su cui c'è poco da obiettare, il calo della produzione industriale registrato da poco, oltre a tutta una serie di indicatori macroeconomici che danno una recessione come uno scenario configurabile ci spingono ad una analisi di come riusciamo a non rendere questo incredibilmente insopportabile per molti paesi; e sono veramente contento per la Germania, però c'è forse chi questa roba non la regge. Pensare a questo anche rischiando di frenare la corsa della nostra moneta, è un atto di responsabilità.

Ho paura infatti che non sia vera la proposizione che non abbiamo nulla da temere da un rallentamento della crescita che si dissolverà come neve al sole di fronte alla nostra stabilità, ho paura che una fase recessiva per i paesi della nostra Europa si tramuti in una stagnazione prolungata ed insopportabile. Certo che dobbiamo discutere di come non farla diventare stagflazione, ma dobbiamo farlo senza "spauracchi", assenti persino nella linea economica del paese che governa i destini del mondo.




permalink | inviato da ricardo il 14/2/2008 alle 18:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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