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Perchè aprire un blog? Sicuramente è un nuovo modo di comunicare. E sicuramente non lo lascio a chi da "nuovo" si traveste. Non è semplice tenerlo vivo, ci ho provato una volta ma non ci sono riuscito.La democrazia telematica mi sembra una stupidaggine, le persone sono fatte di carne ed ossa e discuto con le persone guardandole in faccia. Questa però è una nuova fase, in cui il confronto avviene anche qui, e chi non c'è non c'è. E così sia...
29 luglio 2013
L’ennesimo nuovo inizio, due parole su Papa Francesco

C’è una notizia che mi ha fatto rivenire voglia di scrivere un articolo sul mio vecchio blog, impolverato e malconcio per colpa del suo possessore. Lo so, potrebbe essere visto come un “ennesimo nuovo inizio”; ma tant’è, la voglia di scrivere mi è venuta lo stesso.

Quello che sta accadendo in Brasile è qualcosa di straordinario, nel senso etimologico del termine. Milioni di persone su una spiaggia, una folla enorme, che prega assieme al Papa. Non sono né un teologo né un filosofo, non ho molti strumenti per capire fino in fondo cosa stia succedendo e, conseguentemente, guardo il tutto con una buona dose di scetticismo. Però non posso fare a meno di notare alcune cose, ovviamente dal mio punto di vista, con la mia cultura e sensibilità. 

Il messaggio è eloquente:la riscoperta dell’orgoglio della fede quasi come atto di reazione ad una crisi globale, non solamente economica, ma etica.

Il Papa parla dei credenti come di persone che hanno il “coraggio di andare controcorrente” e di andare ”nelle periferie esistenziali”, non come i difensori del rito e della tradizione. Parla di “entusiasmo creatività e gioia”, non del rispetto dei dogmi. Esalta i giovani cristiani “non inamidati”, “di facciata”, ma “autentici”. Richiama il bisogno di “scelte definitive che diano pieno senso alla vita”. Vedere poi su l’Unità una foto che titola “Un gruppo di vescovi al ‘Flash Mob’ a Copacabana” ha assolutamente dell’incredibile;se non ci fosse la foto sembrerebbe quasi una presa in giro.

La chiesa non è nuova a messaggi importanti e radicali: per mia sensibilità ricordo quello di Ratzinger contro il neoliberismo, lanciato con una nettezza ed una preveggenza che è mancata anche a tanti politici di sinistra. Ma l’eco che stanno avendo queste parole in questo preciso momento storico è assolutamente incredibile.

Io non so se Papa Francesco darà seguito a quanto sopra detto, è uomo che non comprendo fino in fondo. Non so se stia utilizzando dei semplici espedienti retorici o se voglia veramente mettere in campo un cambiamento radicale della Chiesa Cattolica. So che è proprio per andare controcorrente, per stare tra gli umili ed i poveri, per compiere una “scelta di vita” che in tanti sono diventati comunisti o di sinistra, e che, con queste parole, Francesco sta cercando di far colmare un enorme vuoto, creato da un mondo che cambia velocemente e dall’ assenza di punti di riferimento di ogni genere, proprio dalla Chiesa e dalla fede.

E’ proprio per colmare quel vuoto che tanto tempo fa mi iscrissi ad un Partito.




permalink | inviato da ricardo il 29/7/2013 alle 8:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
29 maggio 2013
Manteniamo la lucidità. Una riflessione sul voto

Dobbiamo mantenere la calma e non perdere la lucidità,anche questa volta, anche dopo questa incredibile tornata elettorale. Abbiamo vinto,ma non dobbiamo dimenticare che i problemi del paese, quelli veri, sono tutti lì che aspettano risposte, in una situazione economica e sociale che sembra in caduta libera.

Non dobbiamo cadere in nessuna delle trappole che civengono tese dopo queste elezioni. Come dice qualcuno, un partito del 30% non smette di esistere perché lo decide qualche commentatore televisivo o qualche giornalista; si coordina, si organizza,si presenta alle elezioni e le vince. Non dobbiamo però neanche avere la caduta di stile - che sconfina a volte in vera e propria arroganza – di esultare per il risultato elettorale appena incassato, perché la sfiducia è ancora tanta l’astensione sta lì a testimoniarlo.

E’ la capacità di dare risposte ai problemi delle persone che qualifica il ruolo di un partito politico, e la nostra capacità di fornirle,in una situazione così complessa e con una compagine di governo così ampia, è ancora tutta da dimostrare. Nonostante tutto però sappiamo che abbiamo il dovere di provarci, di assumerci le nostre responsabilità davanti al paese,soprattutto dopo i tanti errori commessi lungo il nostro cammino. E’ questo il motivo per cui “teniamo” da un punto di vista elettorale ed è questo il parametro sul quale saremo giudicati; sappiamo di essere chiamati a svolgere un ruolo, anche con una strada così stretta.

Come spiegare altrimenti il crollo dei consensi ai 5 stelle? Come spiegare il fatto che il partito (anzi movimento, loro vogliono essere chiamati così) che doveva rappresentare gli oppressi e il disagio subisce un crollo elettorale? Delle due l’una: o quel disagio non c’è più – cosa che escluderei -, o quel disagio preferisce non votarli o astenersi perché non si ritiene rappresentato da loro. Potevano svolgere questo ruolo, potevano dar vita assieme al Pd ad un governo di cambiamento avviando una nuova stagione per questo paese. Hanno preferito stare in panchina, vivendo della rendita di posizione data dalla contestazione al “sistema”, quel sistema che vorrebbero cancellare in nome della democrazia diretta ma nel quale sono entrati. Del resto il manuale del Giovane Turco insegna che la democrazia diretta si chiama così perché è diretta da qualcun altro.

In sintesi, non vogliono migliorare davvero le condizioni dei più deboli: vogliono rappresentarle, che è cosa ben diversa. Ma una volta scoperto il giochino il tappo salta e il consenso si perde.

Del resto le dichiarazioni di Grillo fatte in questi giorni vanno esattamente in questa direzione, e non sono per nulla da sottovalutare. Queste, infatti, rappresentano il continuo e lucido lavoro di formazione di uno spazio politico di consenso nel paese. Gridare che i partiti sono morti, nonostante l’assoluta debacle elettorale appena ricevuta, rappresenta il rimarcare la propria estraneità al “sistema”; dividere l’Italia in serie A e serie B (quest’ultima fatta da “lavoratori autonomi, cassintegrati, precari, piccole e medie imprese, studenti”) è un modo per coltivare un proprio insediamento sociale (con tanto di elenco), costituito da quelle categorie e quei lavoratori che si sentono (e sono) marginalizzati nella nostra società. Attenzione: non sta solo insultando mezza Italia – denominandola l’Italia del “Teniamo famiglia”- , sta cercando di intestarsi l’altra mezza, operazione molto più pericolosa perché i presupposti sociali che hanno dato origine al consenso di Grillo sono ancora tutti presenti. Ora “i grillini” sono nelle istituzioni e in parlamento, non possono più solamente gridare che sono tutti ladri e corrotti ma devono avere la capacità di realizzare le loro idee sopportando la fatica della mediazione anche con altre forze parlamentari e sociali. Se non ci si vuole sporcare le mani per risolvere i problemi, se si è indisponibili al dialogo con realtà complesse e diversificate per realizzare il proprio programma non si può essere credibili per fare il sindaco di un piccolo o grande comune. E questo è vero al punto tale che non solo l’astensione non scende, ma aumenta, ed aumenta tra le loro fila: I cinque stelle non sono la soluzione, né sono percepiti in quanto tale.

A noi sta il compito più complicato, ossia quello di svolgere il nostro ruolo di governo con la testa ai problemi del paese e di non deludere le aspettative che in tanti rivolgono alla politica.

Ora ci sono i ballottaggi in alcuni comuni ed in altri nuove amministrazioni appena elette. Non perdiamo tempo a contestare i“grillini” o ad esultare per la loro sconfitta: Grillo ha costruito un movimento su questo. Usiamo tutte le nostre forze per far capire come trasformeremo le città italiane, e per ricostruire un nuovo partito, libero, radicato, popolare, la vera casa della sinistra e dei riformisti italiani: questa è la vera sfida che abbiamo davanti a noi.




permalink | inviato da ricardo il 29/5/2013 alle 15:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 maggio 2013
La fine dell’afasia, il punto di vista ed il voto.

 Ho preferito ascoltare, leggere, studiare e scrivere in questi mesi complicati. Questo spazio (il mio blog) è rimasto chiuso, o silente, per un po’ di tempo, e il mio grado di loquacità politica ha lasciato il passo molto più spesso alla riflessione, al dubbio e all’incertezza. Non è che non mi sia fatto un’idea di quanto stia accadendo nel paese, tra i cittadini, tra la nostra gente; è che in un periodo così complicato ed incerto, è facile vedere la realtà deformata dal proprio scoramento ed altrettanto facile costruire analisi influenzate da questa distorsione.

 Del resto il dibattito pubblico non ha mai raggiunto un punto così basso. Mi sembra di essere nella canzone “L’amore ai tempi del Caos” dei Modena City Ramblers, in cui “La radio chiama, il mercante grida, il giornalista rincorre menzogne,...,tra guerre sante per nobili affari, gente a caccia di posti sicuri, il mio amore mi parla gentile..”, calzante, per quelche mi riguarda, sia nella descrizione del caos, sia in quella dell’amore, per quegli occhi verdi ai quali sono legato da poco più di due anni. Sempre più rare sono le persone che esercitano la loro capacità di pensare in maniera autonoma, e quindi anche eterodossa o partigiana, e sempre di più sono quelle travolte da un tumultuoso incedere degli eventi, che offrono opinioni come fossero possessori della verità. E’ allora che ti aggrappi alla tua formazione, alla tua cultura, e cerchi di crescere, di capire, di “leggere la fase” con occhi nuovi e con un nuovo punto di vista. Sì, un punto di vista. Il professor Vacca ci ricorda ad ogni iniziativa che fa con noi ragazzi di come un partito rappresenti essenzialmente, in termini gramsciani, “un autonomo punto di vista nella storia del proprio paese”. E’ questa la più incredibile, stupefacente e grave mancanza di Bersani, del suo gruppo dirigente, e di ognuno di noi per quota parte: quella di non aver voluto cogliere i mutamenti espressi nel voto e non aver voluto leggere cosa fosse successo in quella tornata elettorale, quella, nella sostanza, di non aver voluto coltivare quella lettura autonoma che deve essere propria di un grande partito come è il Pd.

 Si affannino pure i venditori di fumo, gli strilloni dipiazza, i mercanti che gridano, i giornalisti che rincorrono menzogne. C’è un pezzo di paese che alla costruzione del suo punto di vista, al tentativo di vedere le sue istanze diventare pratiche di governo non rinuncerà MAI. E’ per questo che ritengo necessaria ed imminente la necessità di un congresso, in cui si discuta, ci si scontri, e si ricostruisca quella lettura collettiva per noi necessaria ed alla quale non vogliamo rinunciare. E’ per questo che continuo a battermi perché quel punto di vista riemerga con forza e dignità, e sulle gambe di una nuova generazione. Già, nuova, che sappia recuperare la voglia di appartenere ad un progetto comune, ad una storia complessiva, indipendentemente dalle discussioni passate e future.

 Userei troppo tempo per elencare i nostri giovani deputati che in questo momento sono il nostro orgoglio in parlamento. Sarebbe lunga fare anche l’elenco dei tantissimi e giovani candidati a presidente di municipio in questa tornata elettorale per la città di Roma, e mi dispiace anche dedicare poche parole all’ottimo Gianni Paris, candidato che sostengo come preferenza maschile al consiglio comunale, o a quella larghissima nuova squadra di consiglieri municipali candidati, rappresentati nel mio territorio da Manuel Gagliardi, ragazzo al quale ho avuto l’onore di fare la prima tessera di partito e che corre per entrare nel consiglio del nuovo nono municipio (ex dodicesimo). Scriverei veramente una pagina per ognuno, ed i lettori, di questi tempi, sono sempre meno e meno pazienti.

 Prendo qualche riga in più invece per parlare di Giulia, del perché l’ho sostenuta e perché la voterò orgogliosamente.

Tralascerò i motivi personali, sicuramente presenti, nel compiere questa scelta; sono convinto che in tanti ne hanno, perché in tanti le vogliono bene, e da tanti lei ha saputo farsi volere bene, me compreso. E tralascerò anche la descrizione delle sue qualità specifiche e personali, la sua capacità politica, organizzativa e motivazionale, che la rende sicuramente una ragazza di enorme valore; sono importanti ma non sono il principale motivo del mio sostegno.

 Io voterò Giulia perché è l’espressione di una storia e di un vissuto, quello dei Giovani Democratici di Roma.

 Erano anni che l’organizzazione giovanile non esprimeva unitariamente una candidatura nel consiglio comunale; ad ogni tornata non saremmo mai stati pronti, non saremmo mai riusciti ad essere uniti su un unico nome. Con Giulia i Giovani Democratici di Roma ci sono riusciti, con ambizione, coraggio e voglia di cambiare il mondo. Se un nuovo punto di vista deve nascere, lo farà dalla capacità di una nuova generazione presente in questo partito di rompere le sue cattive abitudini, fatte troppo spesso di contrapposizioni basate non su idee differenti ma su personalismi e su interessi diversi. E’ qui che come Giovani Democratici abbiamo deciso di andare controcorrente, ancora una volta, ancora insieme. Abbiamo deciso di metterci la faccia mentre soffiano i venti dell’antipolitica perché non vogliamo rinunciare a batterci per un nuovo Pd, un partito diverso da come è ora, che cambi, che si riempia di politica. Ed il volto di Giulia, la sua frenetica voglia di cambiare le cose, è la migliore rappresentazione di tutto questo. E’ il volto di qualcosa di nuovo, che sa dire cosa vuole cambiare e come vuole cambiarlo, e che rappresenta il tentativo di uscire dai troppi steccati che rendono questo partito cristallizzato per essere l’interlocutrice di una generazione su Roma. E’ un compito altissimo, e molto diverso da quello che ha uno dei tanti cavalli da campagna elettorale, perché è un compito di rappresentanza politica. E’ la speranza che possa esserci il cambiamento, quello vero, che non rifiuta la fatica ed il compromesso della collegialità ma che diventa l’espressione stessa ed alta di un'esperienza collettiva; il cambiamento costruito da tanti e non scelto da pochi.

 Quello che succederà domani e dopodomani non lo so, ed in pochi possono dire di saperlo. Quello che so è che domani e dopodomani si gioca un pezzo della nostra storia, della storia di tanti ragazzi che hanno battuto in lungo e largo questa città. Una cosa enorme, che fa tremare i polsi e per la quale la tensione sale a mille.

 E’ in questo senso che il mio in bocca al lupo non è per Giulia, ma è per tutti noi. A lei dico solo che è stata bravissima e di continuare così; è una piccola grande ragazza, che sta crescendo e maturando, del resto come tutti noi ed assieme a tutti noi. Vederla cambiare e crescere, vederla diventare una donna, è uno dei doni più belli che chi ha fatto il responsabile dell’organizzazione può ricevere.

 




permalink | inviato da ricardo il 25/5/2013 alle 9:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
15 febbraio 2013
Al Pd non c’è alternativa, e la vera arma siamo noi: i Giovani Democratici.

C’è poca consapevolezza che la partita per le elezioni politiche non è chiusa,neanche alla camera dei deputati. Siamo vicini alla vittoria, ma non è chiusa. E c’è poca consapevolezza anche del fatto che ad una vittoria elettorale del Partito Democratico non c’è alternativa. E’ questo il messaggio che dobbiamo far arrivare alla nostra gente, ed a tutti i cittadini italiani. Altri scenari sono da incubo, per il futuro di tutti noi.

E’ una campagna elettorale angosciante, che mostra tutta la fragilità della nostra democrazia e dei corpi intermedi che in essa vivono. Siamo bombardati tutti i giorni da giornali, telegiornali, talk show e tribune politiche che invece di permettere ai cittadini di scegliere con più contezza il partito da votare spettacolarizzano la politica e la campagna elettorale, mostrando che il principale assente di tanto chiacchiericcio sia proprio il paese ed i suoi problemi.

Il tutto si innesta su un tessuto civile sfaldato, stanco, rabbioso. La crisi economica, vent’anni di berlusconismo con le sue promesse e le sue illusioni, la mancanza di lavoro e di giustizia sociale hanno avvelenato i pozzi, seminato tra le persone un grado di sfiducia, stanchezza e rigetto mai visto prima. Ed è angosciante che le forze politiche, che dovrebbero portare a sintesi questi problemi facendosene carico con responsabilità, scelgano nella stragrande maggioranza dei casi lavia opposta: quella del populismo.

Si vede nel ritorno di Berlusconi, che tra un’ offerta di un condono, uno sdoganamento delle tangenti e qualche battuta volgare batte sempre sul solito messaggio: la distruzione della morale pubblica e l’assenza di senso di comunità come elemento costitutivo della nostra società. Si vede nei deliri di piazza di Grillo, che denigra indistintamente tutte le istituzioni democratiche del nostro paese, che dice che destra e sinistra sono tutte uguali, che offre mille euro al mese a tutti i siciliani ed ha nel programma l’uscita dall’Euro. Una retorica che fa ricordare i peggiori racconti dei nostri nonni, racconti di un periodo dal quale il nostro paese uscì con un regime, comandato da un uomo solo al comando: quel regime era il fascismo. Un immagine che fa venire i brividi. E poi ci sono i tecnici, anche loro schierati su una retorica denigratoria delle forze politiche, e che si sono trasformati da sedicenti salvatori della patria a portatori di un’ideologia conservatrice e liberista, fondando una forza politica presente sulla scena italiana.

Come può salvarsi un paese in cui chi lo dovrebbe guidare mostra questo volto in campagna elettorale? Può un paese in questo stato, che può cambiare solo con un forte grado di coesione e spirito di unità nazionale, essere in grado di competere nel mondo? Si riuscirà con questo grado dimaturità politica e civile a sciogliere i nodi strutturali che lo tengono bloccato? Ed infine: che cosa succederebbe se una di queste forze andasse algoverno del paese? Come potremo essere mai credibili agli occhi del mondo, e dei nostri coetanei europei, americani, indiani e cinesi?

Non credo che questi interrogativi siano retorici: penso che siano le domande fondamentali sulle quali dobbiamo riflettere prima di esercitare il nostro voto il 24 e 25 di febbraio. E trovo che l’unica risposta la si trovi nel sostegno al Pd o alla coalizione Italia Bene Comune. Non c’è altra via di scampo.

Questi ultimi giorni sono il momento in cui c’è bisogno di spiegare, con maggiore forza, che stavolta o c’è il Pd o il paese andrà allo scatafascio. E la mia generazione sarà la prima colpita da questo.

E’ questa consapevolezza che dovrebbe vedere in questi ultimi giorni un salto di qualità, da parte nostra ma anche da parte di Bersani. Sono convinto come è convinto lui che stavolta o si vince sulla serietà oppure non si andrà lontano. Anche io penso che non abbiamo più bisogno di sentire favole, ma di una forza responsabile che curi una rigenerazione sociale e civile italiana. Ma serve un passo in più: serve mostrare alle persone che siamo davvero in grado dicambiare il paese, serve spiegare che siamo sul serio in grado di governarlo e portarlo fuori dal guado in cui si trova dopo anni di promesse e di uomini soli al comando. Questo deve emergere con chiarezza cristallina, dalle nostre parole, dai nostri programmi, dalle nostre idee.

E la mia generazione può dare un grande contributo in questo senso: i tantissimi giovani eletti alle primarie del Partito Democratico, l’unico evento che ha scardinato l’assurdità di questa legge elettorale permettendo ai cittadini discegliere e conoscere i loro parlamentari di riferimento, sono stati una incredibile fonte di energia per tutto il Pd. Sono loro che ci stanno mettendo la faccia nelle strade, nelle piazze, nelle sedi. Sono loro che si stanno caricando il peso e la responsabilità della gestione di questa campagna elettorale, perché a loro no, non si può proprio dire che “tanto sono tutti uguali”. Sono loro che confrontandosi con la rabbia e la rassegnazione che si legge in tanti volti per le strade sono in grado di dare speranza, fiducia,carica.

Ma,a pensarci bene, non sono solo loro. Siamo noi, tutti noi, i Giovani Democratici.

E qui uso le parole di Andrea Casu che, dopo un momento complesso, esaltante ma sfinente come quello del nostro congresso, scriveva chi siamo noi. E scriveva così


“20 minuti sembrano tanti, poi ti accorgi che non bastano a raccontare quattro anni. E allora scrivi un post.

Chi sono i giovani democratici?

Quelli che c'era una volta il tempo del CPN, dei CPR e dei CPP,

quelli che quando tocca a loro provano a cambiare la storia,

quelli che sono riusciti a cambiare la loro storia,

quelli che o la carta di cittadinanza o si muore,

quelli che nel 2008 hanno fatto le Primarie,

quelli che nel 2012 hanno fatto il Congresso,

quelli che nei discorsi ripetono la parola organizzazione almeno una volta in tutte le frasi,

quelli che nei discorsi ripetono la parola politica più di una volta in tutte le frasi,

quelli che quando si muovono l'Italia cambia, e non è unametafora,

quelli che a Bologna meno venti gradi e la neve alta tre metri,

quelli che l'uragano a Torre del Lago in pieno luglio,

quelli che l'Italia si blocca e noi andiamo all'Aquila,

quelli che nessuno sa se a Sarzana esiste ancora l'hotel PAX

quelli che raccolgono le firme ai referendum e si raggiunge il quorum,

quelli che vanno a Milano e Pisapia diventa Sindaco,

quelli che vanno a Torino quando serve,

quelli che nessun autista di pullman vorrebbe incontrare,

quelli che hanno rischiato di tornarsene a piedi in puglia per una telefonata,

quelli che il buono pasto lo da il capodelegazione dopol'iniziativa delle 19,

quelli che certe cose preferiscono vederle che farsele raccontare,

quelli che a Lampedusa ci sono andati,

quelli che a Mirafiori ci sono andati,

quelli che a Pomigliano ci sono andati,

quelli che a Rosarno ci sono andati,

quelli che a Sanremo ci sono andati, ma non per cantare,

quelli che sempre al centro del conflitto, come ci ha insegnato Reichlin,

quelli che sempre al centro del conflitto, anche quando i giornali si occupano d'altro,

quelli che sempre al centro del conflitto, anche quando la politica si occupa d'altro,

quelli che la fine del lavoro è una bufala,

quelli che difendono i beni comuni,

quelli che non barattano opportunità con diritti,

quelli che l'articolo 49 davvero,

quelli che l'articolo 3 per intero,

quelli che la formazione politica,

quelli che la società della conoscenza,

quelli che la green economy,

quelli che le tre t di florida,

quelli che i diritti civili sul serio,

quelli che la cittadinanza per tutti gli italiani,

quelli che la lotta contro tutte le mafie,

quelli che vogliono votare il Presidente degli Stati Uniti d'Europa,

quelli che non si arrenderanno mai, come ci ha chiesto Scalfaro,

quelli che sembrano un film in bianco e nero, forse, ma sono un bellissimo film,

quelli che ridefinition of disco a new kind of go go for ever,

quelli che generazione E,

quelli che alle feste del partito arrivano per primi e si rimboccano subito lemaniche,

quelli che alle feste del partito vanno via per ultimi esalutano i guardiani chiamandoli per nome,

quelli che durante il corteo bisogna fare cordone,

quelli che hanno giocato a Rugby su un campo di calcio (e nonhanno perso..)

quelli che sono felici che Salvatore Barbera oggi è di nuovo a Roma,

quelli che quando serve, ci vedono benissimo pure quando la luce sembra spenta,

quelli che vogliono vederci sempre chiaro, anche quando la luce sembra accesa,

quelli che i percorsi prima degli accordi,

quelli che ci hanno provato e dove non sono riusciti ritenteranno,

quelli che hanno fatto bene, ma faranno meglio,

quelli che l'autonomia prima di tutto,

quelli che la politica prima di tutto,

quelli che i giovani democratici prima di tutto..”

  

Questi siamo noi. Non ce lo dobbiamo scordare mai. 

Manca poco più di una settimana al voto.

La mia generazione deve assumere su di sé il compito di essere la chiave di volta di questa campagna elettorale, facendo di più, anche se siamo stanchi, anche se giriamo tra camper, banchetti, mercati, scuole ormai da mesi. Ognuno deve dare il suo contributo, ognuno deve fare ancora più telefonate, ancora più porta a porta, ancora più volantinaggi.

E’ la mia generazione che deve per prima sentire il peso del momento cruciale che stiamo attraversando a partire dall’iniziativa di “Alta Partecipazione” di domani e per i rimanenti giorni che abbiamo davanti.

Dobbiamo avere l’ambizione di essere la soluzione a questa fase. E lo dobbiamo fare per il nostro futuro.




permalink | inviato da ricardo il 15/2/2013 alle 14:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
29 dicembre 2012
Perchè Orfini: per almeno tre motivi



Perché crede che la cultura sia un tema fondante del Partito Democratico.

Con gli “Stati Generali della Cultura”, ha riportato la questione al centro dell’agenda del PD, questione dalla quale anche il campo dei progressisti è stato, per lungo tempo, un grande assente. Il lavoro fatto con archeologi per la tutela delle nostre bellezze artistiche, congiunto a quello svolto con i tanti operatori dei diversi settori, musica, cinema e teatro, è qualcosa di estremamente significativo ed importante. Siamo in Italia, una delle mete internazionali del turismo culturale, ed in questo campo, esiste un esercito di invisibili, i lavoratori del mondo della cultura, considerati per anni soltanto come un insopportabile costo e non come un’opportunità. Bussare alle porte di quelle persone, ritornare a chiedere maggiori investimenti nel settore culturale equivale a ritrovare uno dei cardini della nostra comunità nazionale, e questo risultato è dovuto soprattutto alla decisione e l’impegno con cui Matteo ha marcato questo percorso.

Perché non si batte solo per il settore culturale, ma anche per una nuova cultura politica del Partito Democratico.

Occuparsi di cultura vuol dire anche riprendere il gusto dell’elaborazione teorica, di ridisegnare schemi e prospettive, di formarsi e studiare per cercare di capire. E come esiste la cultura umanistica, come esiste la cultura economica, esiste la cultura politica, assuefatta per troppi anni da un pensiero unico.

Alcuni dei ritornelli che hanno tenuto banco in questi anni recitavano che lo stato dovesse togliere le mani dall’ economia, che il mercato fosse il solo ente regolatore dello sviluppo, che i corpi intermedi di rappresentanza della società fossero una insopportabile “rigidità” del sistema, lasciandoci molti dei problemi che ci ritroviamo ora ad affrontare. Con crisi del 2008 ci siamo svegliati da questo sogno dogmatico, alla vista del default dei tanti colossi finanziari salvati con gli stessi interventi pubblici per tanto tempo criminalizzati quando orientati verso la tutela del lavoro e la redistribuzione del reddito. Quel pensiero unico è ancora presente e duro a morire. E’ una vera e propria ideologia quella liberista, che propaganda le ricette dell’austerità come l’unica soluzione alla crisi, mentre in realtà sono soprattutto funzionali a mantenere i rapporti di forza esistenti, che consiglia ai partiti di essere sempre e comunque post ideologici e vicini ai problemi delle “persone comuni”, e che richiede alla politica di diventare sempre più un affare da tecnici, mentre è stata proprio l’assenza di una politica autorevole e culturalmente autonoma che ha aperto la strada al predominio di altri poteri.

Senza dirigenti come Matteo, anche dentro al Pd, questa lettura non sarebbe stata messa in discussione e superata, e non avremmo potuto candidarci al governo del paese con una chiara alternativa politica come quella rappresentata da Bersani.

 Perché Matteo è uno strenuo e convinto sostenitore dell’organizzazione Giovanile del Pd.

Non è un’affermazione di partigianeria, ma implica la condivisione dell’idea di come si costruisca una nuova classe dirigente.

Quella dell’organizzazione giovanile è un’esperienza straordinaria ed unica, ed i Giovani Democratici, in questi anni, ne sono stata la migliore espressione. E’ una scelta di vita, che ti insegna a pensare, a scegliere ed a combattere, che ti fa crescere assieme a tanti ragazzi che come te vogliono dire la loro su quello che non va, che ti insegna che la realtà è molto più complicata di quanto si pensi e si dica, e che per cambiarla non servono bei proclami ma tanta fatica. Impari che è solo assieme agli altri, solo in qualcosa di più grande, che anche il tuo impegno assume un senso ed un’utilità, e che da soli si va poco lontano; impari che non si è giovani per qualche capello bianco in più o in meno, ma se si è talmente matti da pensare che anche tramite il nostro impegno si può cambiare il mondo che ci circonda, e se si è in grado di farlo con grinta e passione, forti di idee nuove e collettive. E’ proprio quest’ ultimo che credo sia il lascito più importante di un’organizzazione giovanile: la necessità di costruire, per dare senso al proprio impegno, un pensiero autonomo sulla realtà che ci circonda, e trasformarlo in realtà con tanti altri ragazzi.

Si può considerare questa come una velleità da “ragazzini”, un qualcosa ininfluente dal punto di vista elettorale, che non cambia i rapporti di forza nella società, sul quale, in definitiva, investire il meno possibile. La si può invece considerare come un’esperienza imprescindibile per un partito, come una strada obbligata per la costruzione del futuro non solo di una forza politica, ma di tutto il paese.

Riconosco a Matteo che, da membro della segreteria nazionale, ha sempre scelto questa seconda strada più di tanti altri, sapendo cogliere l’importanza delle battaglie che abbiamo svolto sul lavoro, sui saperi, sull’ Europa.

Anche solo questa, per chi come me ha fatto dell’organizzazione giovanile una ragione di vita, è una buona motivazione per votare Matteo alle primarie dei parlamentari di domani. E chiedo di farlo a tutti voi.




permalink | inviato da ricardo il 29/12/2012 alle 16:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 dicembre 2012
Perchè abbiamo bisogno delle primarie per i parlamentari

Non sono mai stato un fan del metodo delle primarie per la selezione della classe dirigente. Anzi: spesso e volentieri le ho criticate ed osteggiate, in feroci dibattiti anche all’interno del Partito che ho contribuito a fondare con tanti altri. Le primarie non sono un bene in sé, ne lo potranno mai essere. Non è ad esse che va demandato il ruolo che più spetta al Partito (e la p maiuscola non è casuale) nella selezione e nella scelta della classe dirigente che lo rappresenta nelle istituzioni, nelle amministrazioni locali e nel Parlamento. Ed anche su queste ultime appena finite il mio giudizio rimane del tutto inalterato: sono convinto che, il Partito Democratico e la coalizione di centrosinistra riceveranno consenso non in nome della bella giornata di partecipazione alla quale si è dato vita, ma grazie alla proposta politica che saranno in grado di proporre alla totalità degli elettori del nostro paese, ai tanti che vivono le vicende della cosa pubblica con distacco, senza più la speranza che qualcosa possa cambiare, e che a votare alle primarie del Pd non sono neanche andati. Nella mia idea, questo ruolo deve essere svolto da un partito organizzato, strutturato e radicato, in grado in ogni sezione territoriale, in ogni sua articolazione provinciale e federale di svolgere il compito che gli è più proprio: proporre e costruire una alternativa politica in grado di assumere ruolo di governo, vivendo in costante contatto con i cittadini, le forze civiche, associative, sindacali e di categoria presenti ad ogni livello. 

 

La strada da percorrere affinché il Pd diventi questo partito è ancora molto lunga. E’ intrapresa di certo, con la segreteria di Bersani ha fatto anche dei decisivi passi in avanti in questo senso, ma non si è giunti ancora all’obiettivo. E di più: è ancora vivo un dibattito, che vorrebbe che il Pd non la intraprendesse, forte dell’apporto della rete, di una testa nazionale capace di dialogare con i media e dell’idea non della democrazia dei partiti, ma di una democrazia del leader e della sua capacità esecutiva. E’ a tutto questo che mi sono sempre opposto, e contro il quale continuo una strenua battaglia.

 

E’ solo con queste constatazioni che la scommessa di Bersani di svolgere le primarie, superando anche le regole del Partito Democratico stesso, può essere giudicata; è opinabile dal punto di vista della coerenza con un determinato impianto politico e culturale, non è invece neanche discutibile se parametrata all’apporto di energie che è riuscita a liberare ed alla forza politica che ha conferito a lui stesso che ne è uscito vincitore. Rischiando tutto quello che poteva rischiare, compresa la natura stessa dell’impegno di tanti militanti nell’attività politica, la proposta del segretario del Pd è risultata vincente, e si candida con tutte le carte in regola, a governare il paese. Sarebbe incomprensibile, arrivati a questo punto, non usare lo stesso coraggio nella selezione del gruppo parlamentare. Se questo capitale politico liberatosi con le ultime primarie rimanesse confinato solo alla "incoronazione" del leader, presto a tardi finirebbe logorato dall'inevitabile difficoltà della sfida del governo. Oltre al leader infatti, sarà la qualità dei nostri rappresentanti alla Camera ed al Senato a trascinarci fuori dal guado in cui siamo immersi. E questo non è un punto banale. E’ l’idea di un partito carismatico che ha concepito le primarie come uno strumento a due velocità: da fare per l’investitura del leader, ma da evitare per la selezione dei nostri parlamentari, coloro che mediante la partecipazione ai lavori delle commissioni dovrebbero rappresentare gli interessi diffusi della cittadinanza in ambiti diversi. E’ una contraddizione che risulterebbe evidente alla luce dell’evento di popolo al quale tutti abbiamo dato vita ed abbiamo partecipato. Abbiamo bisogno di una classe parlamentare competente ed autorevole, difficilmente attaccabile dalla sequela di interessi costituiti che intendiamo cambiare e forte dello stesso consenso di cui è stato investito il nostro candidato premier, proprio perché un riformismo senza popolo, a questa tornata, non sarà possibile.

 

Inoltre nelle stesse primarie è venuta fuori una potente spinta al cambiamento, che, se ignorata, si ripresenterebbe presto o tardi con connotati ben più aggressivi e minacciosi. Deludere questa aspettativa privando di autorevolezza gli stessi protagonisti di quel cambiamento sarebbe addirittura controproducente: non abbiamo bisogno di "figurine", ma di rappresentanti legittimati dal proprio universo politico di riferimento. E’ per questo che, stante il Porcellum, le elezioni primarie per i candidati a camera e senato sono inevitabili: per non creare uno iato tra elezione popolare del premier e selezione oscura della nostra classe dirigente parlamentare, che non sarebbe né comprensibile né coerente con l’impostazione con cui ci stiamo apprestando ad andare al governo del paese. Si trovino i metodi, più giusti e coerenti dati gli stretti margini in cui essa deve vivere. Ma non si eviti questa discussione pensando di demandarla ad altri tempi.

 

Il compito che avrà la prossima legislatura sarà quello di riscrivere la costituzione materiale del nostro paese: dovremo ridefinire il nostro ruolo in Europa e nel mondo, la natura stessa del nostro sviluppo, la sostenibilità del nostro stato sociale e la qualità etica della nostra democrazia. L'impatto delle forze conservatrici non tarderà a farsi sentire contro questo progetto, con modalità ed esiti, ad esempio, simili a quelli che già abbiamo conosciuto. Abbiamo noi tutti una forte responsabilità nel non deludere le aspettative di tanti in un momento cruciale e non ci possiamo permettere passi falsi. A rischio non c’è soltanto il nostro campo di forze, ma il paese intero.





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10 dicembre 2012
Perchè abbiamo bisogno delle primarie per i parlamentari

Non sono mai stato un fan del metodo delle primarie per la selezione della classe dirigente. Anzi: spesso e volentieri le ho criticate ed osteggiate, in feroci dibattiti anche all’interno del Partito che ho contribuito a fondare con tanti altri. Le primarie non sono un bene in sé, ne lo potranno mai essere. Non è ad esse che va demandato il ruolo che più spetta al Partito (e la p maiuscola non è casuale) nella selezione e nella scelta della classe dirigente che lo rappresenta nelle istituzioni, nelle amministrazioni locali e nel Parlamento. Ed anche su queste ultime appena finite il mio giudizio rimane del tutto inalterato: sono convinto che, il Partito Democratico e la coalizione di centrosinistra riceveranno consenso non in nome della bella giornata di partecipazione alla quale si è dato vita, ma grazie alla proposta politica che saranno in grado di proporre alla totalità degli elettori del nostro paese, ai tanti che vivono le vicende della cosa pubblica con distacco, senza più la speranza che qualcosa possa cambiare, e che a votare alle primarie del Pd non sono neanche andati. Nella mia idea, questo ruolo deve essere svolto da un partito organizzato, strutturato e radicato, in grado in ogni sezione territoriale, in ogni sua articolazione provinciale e federale di svolgere il compito che gli è più proprio: proporre e costruire una alternativa politica in grado di assumere ruolo di governo, vivendo in costante contatto con i cittadini, le forze civiche, associative, sindacali e di categoria presenti ad ogni livello. 

 

La strada da percorrere affinché il Pd diventi questo partito è ancora molto lunga. E’ intrapresa di certo, con la segreteria di Bersani ha fatto anche dei decisivi passi in avanti in questo senso, ma non si è giunti ancora all’obiettivo. E di più: è ancora vivo un dibattito, che vorrebbe che il Pd non la intraprendesse, forte dell’apporto della rete, di una testa nazionale capace di dialogare con i media e dell’idea non della democrazia dei partiti, ma di una democrazia del leader e della sua capacità esecutiva. E’ a tutto questo che mi sono sempre opposto, e contro il quale continuo una strenua battaglia.

 

E’ solo con queste constatazioni che la scommessa di Bersani di svolgere le primarie, superando anche le regole del Partito Democratico stesso, può essere giudicata; è opinabile dal punto di vista della coerenza con un determinato impianto politico e culturale, non è invece neanche discutibile se parametrata all’apporto di energie che è riuscita a liberare ed alla forza politica che ha conferito a lui stesso che ne è uscito vincitore. Rischiando tutto quello che poteva rischiare, compresa la natura stessa dell’impegno di tanti militanti nell’attività politica, la proposta del segretario del Pd è risultata vincente, e si candida con tutte le carte in regola, a governare il paese. Sarebbe incomprensibile, arrivati a questo punto, non usare lo stesso coraggio nella selezione del gruppo parlamentare. Se questo capitale politico liberatosi con le ultime primarie rimanesse confinato solo alla "incoronazione" del leader, presto a tardi finirebbe logorato dall'inevitabile difficoltà della sfida del governo. Oltre al leader infatti, sarà la qualità dei nostri rappresentanti alla Camera ed al Senato a trascinarci fuori dal guado in cui siamo immersi. E questo non è un punto banale. E’ l’idea di un partito carismatico che ha concepito le primarie come uno strumento a due velocità: da fare per l’investitura del leader, ma da evitare per la selezione dei nostri parlamentari, coloro che mediante la partecipazione ai lavori delle commissioni dovrebbero rappresentare gli interessi diffusi della cittadinanza in ambiti diversi. E’ una contraddizione che risulterebbe evidente alla luce dell’evento di popolo al quale tutti abbiamo dato vita ed abbiamo partecipato. Abbiamo bisogno di una classe parlamentare competente ed autorevole, difficilmente attaccabile dalla sequela di interessi costituiti che intendiamo cambiare e forte dello stesso consenso di cui è stato investito il nostro candidato premier, proprio perché un riformismo senza popolo, a questa tornata, non sarà possibile.

 

Inoltre nelle stesse primarie è venuta fuori una potente spinta al cambiamento, che, se ignorata, si ripresenterebbe presto o tardi con connotati ben più aggressivi e minacciosi. Deludere questa aspettativa privando di autorevolezza gli stessi protagonisti di quel cambiamento sarebbe addirittura controproducente: non abbiamo bisogno di "figurine", ma di rappresentanti legittimati dal proprio universo politico di riferimento. E’ per questo che, stante il Porcellum, le elezioni primarie per i candidati a camera e senato sono inevitabili: per non creare uno iato tra elezione popolare del premier e selezione oscura della nostra classe dirigente parlamentare, che non sarebbe né comprensibile né coerente con l’impostazione con cui ci stiamo apprestando ad andare al governo del paese. Si trovino i metodi, più giusti e coerenti dati gli stretti margini in cui essa deve vivere. Ma non si eviti questa discussione pensando di demandarla ad altri tempi.

 

Il compito che avrà la prossima legislatura sarà quello di riscrivere la costituzione materiale del nostro paese: dovremo ridefinire il nostro ruolo in Europa e nel mondo, la natura stessa del nostro sviluppo, la sostenibilità del nostro stato sociale e la qualità etica della nostra democrazia. L'impatto delle forze conservatrici non tarderà a farsi sentire contro questo progetto, con modalità ed esiti, ad esempio, simili a quelli che già abbiamo conosciuto. Abbiamo noi tutti una forte responsabilità nel non deludere le aspettative di tanti in un momento cruciale e non ci possiamo permettere passi falsi. A rischio non c’è soltanto il nostro campo di forze, ma il paese intero.





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16 ottobre 2012
"Quel pugno solo contro tutto quel cielo..."



So' che dovrei parlare di primarie, di candidati o di politica nel riscrivere dopo tanto tempo su questo blog. Ma oggi scrivo per un'occasione particolare, per la quale non tutti si emozioneranno, o magari sì, chi lo sa. 

Il 16 ottobre di 44 anni fa', a Città del Messico, un uomo correva su una pista d'atletica i 200 metri piani, vinceva la medaglia d'oro olimpica e stabiliva un record del mondo destinato a durare molto più degli 11 anni in cui risulterà imbattuto. 

E' la storia di Tommie Smith, un nero d'America, che correva come un fulmine. Lo chiamavano "il jet" in quanto, dopo i primi metri di corsa, "decollava" in pista e non lo prendeva più nessuno. Del resto mettere in moto il corpo di uomo  alto 1,95 non è uno scherzo, ma lo si può fare con tanto allenamento, capacità, rabbia. E lui ci riusciva, con una potenza ed una agilità allora senza precedenti, fino a diventare un modello di corsa studiato da tutti coloro che si affacciavano all'atletica in quegli anni. 

Chi mi conosce sa quanto ami la corsa: pur praticandola in maniera non agonistica penso che dietro a questo sport si presenti una straordinaria metafora della vita. La semplicità di un gesto come quello di muovere le gambe non può soddisfare un corridore: vanno curati il passo, la falcata, la potenza del gesto a seconda della lunghezza del percorso. Vanno tenuti in considerazione il fiato che si ha, che non si può sprecare troppo presto, il carico che si mette nella partenza e come si mantiene l'andatura, gli allenamenti di scarico, da fare nei momenti giusti per non gravare eccessivamente il fisico, e la forma fisica, da curare al meglio senza lasciarsi andare. 

E la testa: la concentrazione, la misura dello sforzo, la coscienza dei propri limiti e la capacità di superarli, allenandosi un giorno in più, allenandosi meglio, non mollando mai. La testa: un mix di costanza, precisione, rabbia, tenacia, cattiveria ed equilibrio nel gestire allenamenti sempre più difficili, ritmi sempre più complicati. E si può anche vincere bene una gara, ma se si è più lenti di quello che si pensava, se si sente qualcosa che non va non ci si può accontentare.

La corsa: una straordinaria metafora del fatto che la vita è una battaglia, che si deve essere pronti a saper vincere ma bisogna anche saper perdere, per rialzarsi ed essere motivati a correre ancora, più veloci di prima; e non si corre per battere gli altri, ma si corre per se stessi, per migliorarsi, per rappresentare anche coloro che a correre proprio non ce la fanno.

Tommie Smith non fece solamente questo segnando un tempo di 19' 83" che lasciò a bocca aperta tutti gli atleti e gli allenatori dell'epoca. Anzi: rinunciò ad un tempo ancora inferiore, correndo deliberatamente gli ultimi metri con le braccia alzate.

Fece un gesto destinato a rimanere nella storia: dedicò la sua vittoria alla discriminazione razziale, alzando lui il pugno destro, ed il suo compagno arrivato terzo, John Carlos, il pugno sinistro. Scalzi per rappresentare la povertà, pugni alzati a rappresentare quei tanti ragazzi neri, discriminati, che allora, anche se per qualche secondo, si vedevano anche loro sul palco, davanti agli occhi stupiti del mondo.

Le parole più belle sono contenute nel libro di Pietro Mennea, "La corsa non finisce mai".

"Quel pugno solo contro tutto quel cielo aprì una falla nelle dimensioni di spazio e di tempo in cui si era preservato fino a quel momento lo sport olimpico. Entrarono nel recinto delle gare e degli atleti istanze sociali di riscatto dei più deboli. La premiazione, che in sè è festa del vincitore, venne dal vincitore trasformata nella ribalta degli sconfitti, i cittadini di serie B della "terra della libertà"".

Tommie Smith pagò quel gesto con mille ostilità, tra cui quella di essere diventato professore con un Master in sociologia e di aver potuto insegnare nella sua vita solamente educazione fisica, ma quel gesto entrò nella storia: quell'istantanea rimarrà per sempre nella testa di tanti, come me che neanche l'ho vista in diretta quella gara. 

Insegna che si corre in pista come si combatte nella vita, non soltanto per noi stessi, ma per gli altri. Ed insegna, che in fondo, la corsa non finisce veramente mai.



permalink | inviato da ricardo il 16/10/2012 alle 20:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 marzo 2012
Riprendere la penna in mano..

In questo periodo questo spazio è stato un po' abbandonato, ovviamente per colpa mia. E' così, ed ho già scritto il perchè: è quando la vita corre troppo veloce, ti lascia nel turbine e non ti lascia pensare. Ed in questo tempo sono stato immerso nella nostra vicenda congressuale, quella dei Giovani Democratici, della quale non parlerò qui ma nelle sedi opportune.

Oggi ho deciso però di rimettere in sesto questo spazio per respirare un po' e perchè in questo periodo (incredibile ma vero) ho iniziato anche un'altra avventura, ossia la scrittura della mia tesi, il mio primo vero sforzo scientifico-intellettuale che conclude un percorso trascinatosi sin qui. Ho cominciato a scrivere le prime pagine, con grandi difficoltà e grandi sforzi, e mi ricordato di quanto sia importante costruire una propria lettura dell'oggi che conviva nella nostra società e nel mondo che ci sta intorno, riprendendo in un periodo difficile i "ferri delmestiere", fatti di concentrazione e teorie.

La scintilla per la rimessa in sesto del mio blog è stato un servizio del tg3, in cui si parlava dell'Alcoa del Sulcis, una multinazionale sita appunto in Sardegna, produttrice di alluminio, con 1000 dipendenti diretti senza considerare l'indotto. Quella fabbrica sta per chiudere, mandando in rovina migliaia di famiglie sarde e lasciando a casa migliaia di lavoratori in un territorio privo di investitori prossimi a scommetterci. A questi lavoratori non verrà solamente tolto il salario ma anche, per dirla con Bersani, "la loro quota parte di trasformazione della società".

Ho pensato che il mio impegno universitario su questi temi mi impone di dare una lettura personale ma pubblica di quanto stia accadendo. Siamo davanti ad una grande fase di trasformazione, ed ho la fortuna di essere impegnato in un'opera di ricerca sui temi "caldi" del momento. Questo spazio forse può essere utile almeno a questo; sarà forse anche questo il modo di prendermi la mia quota parte di trasformazione della società?




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11 novembre 2011
"I tecnici governano, gli amministratori amministrano, ed i politici vanno in televisione" (cit)

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La situazione del paese è molto grave e richiede decisioni immediate. Si saldano tra loro diverse cause, che partono da un'economia ferma, dall'assenza di riforme strutturali nel paese e da un clima di sfiducia che colpisce i mercati finanziari data l'instabilità politica. Nessuna delle persone coscienziose se ne felicita e nessuna delle persone serie vuole evitare di vederne la gravità. Alla richiesta di responsabilità politica credo che nessuno, tantomeno il più grande partito d'opposizione, possa tirarsi indietro: faremo la nostra parte come l'abbiamo sempre fatta, anche a costo di pagare il prezzo elettorale delle scelte impopolari che saremo spinti a prendere.

Tutto questo però non significa abbandonare le nostre idee, il nostro programma, le nostre proposte per il paese. Non credo che tutti i governi tecnici siano un commissariamento della politica, ma non credo neanche che le proposte dei governi tecnici siano proposte che con la politica non hanno nulla a che fare. Ed una traccia di lavoro l'abbiamo costruita in questi mesi, traccia di lavoro che viene prima della scelta dei ministri che dovranno comporre un ipotetico governo. Parliamo di questa allora, parliamo di economia.

Ma noi pensiamo veramente che per uscire da questa crisi basterà procedere con tagli di spesa, manovre restrittive o privatizzare il privatizzabile? Ma come pensiamo di convincere gli italiani che facilitando i licenziamenti risaneremo il debito pubblico? Su questo bisogna subito marcare una distanza. Perché queste non sono proposte "tecniche", questa è politica, queste sono le proposizioni politiche della Tatcher e di Reagan, queste sono le proposte politiche di Silvio Berlusconi all'inizio degli anni'90, che fanno parte di uno spartito vecchio, monotono, noioso ma pericolosissimo e alla prova dei fatti fallimentare. Non sono più all'orizzonte proposte di deregolamentazione finanziaria perché oramai non c'è più nulla da deregolamentare, ma si ode il ritornello delle pensioni come quello di un disco stonato. Noi siamo i conservatori che non vogliono una vera riforma previdenziale? Noi siamo quelli che non vedono che vi è stato un innalzamento anagrafico nel paese e che non vogliono adeguarsi agli standard europei di pensionamento? Siamo persone responsabili e pronte a chiedere atti di responsabilità, a patto che a dare il sangue non siano sempre gli stessi, quelli che non si sono arricchiti in questi anni e sui quali hanno gravato spesso e volentieri le manovre economiche fatte dai governi. Noi non vediamo gli sprechi della pubblica amministrazione ed i privilegi dei costi della politica? Certo che li vediamo, e dovremmo essere pronti a ridurli al minimo intervenendo con fermezza, a patto che non siano però l'alibi per non toccare chi le risorse le ha veramente. Capiamo la necessità richiestaci dall’ Europa di “fare i compiti”, capiamo meno la necessità di adottare riforme senza una discussione profonda.

Per rimettere a posto i conti partiamo da una patrimoniale fissa che riporti l'asse della ricchezza dal patrimonio al reddito dei cittadini; colpiamo chi la ricchezza ce l'ha, e non chi prende una pensione già bassa o un salario che non gli permette di arrivare a fine mese o di non gravare comunque sul suo nucleo familiare di provenienza. Ha avuto un senso togliere l'ìci sulla prima casa affamando i comuni e costringendoli ad ulteriori addizionali molto più umilianti come quelle sulla salute per sostenere i servizi pubblici? Non ha avuto alcun senso, e cominciamo dal reintrodurla per esempio. Ha avuto un senso abolire le norme tecniche di controllo dell'evasione fiscale, il vero motivo per cui dobbiamo tenere una pressione fiscale alta sui cittadini?Reintroduciamole, per colpire l'evasione e recuperare del gettito sommerso utile a ripagare il debito pubblico. Facciamo un accordo con la Svizzera sui capitali scudati e tassiamoli come ha fatto la civilissima Germania invece di lasciargli evadere il fisco italiano spostandosi in un altro paese. E la tassa sulle transazioni finanziarie extra titoli di stato? Che fine fa? Può essere impraticabile perché i mercati sono in difficoltà, va bene, ma non ci dovrebbe essere un governo che ne faccia una battaglia europea?

Vogliono meno tasse per le imprese per rimettere in moto l'economia. Facciamolo con sgravi fiscali per le imprese che mettono in campo un adeguato, costante e giusto, passaggio dei lavoratori da tempo determinato a tempo indeterminato, con sgravi fiscali per le imprese che assumono giovani sotto i trent’anni e per quelle che investono, del loro capitale privato, una quota per la ricerca e sviluppo in una quantità pari almeno agli investimenti delle aziende europee.

E siamo sicuri che solo con la leva fiscale si rimetta a posto il paese? Siamo sicuri che senza un piano per lo sviluppo, che per noi deve partire da un massiccio investimento in saperi e ricerca e passare poi al sistema infrastrutturale del paese, convinceremo gli investitori? Ricette di tagli alla spesa hanno fatto sprofondare la Grecia verso una recessione ancora peggiore di quella che viveva all'inizio della crisi. Se le nostre ricette saranno similari, recessive, penalizzanti verso gli strati sociali che non si sono arricchiti in questi anni saremo da capo a dodici.

La verità è che è in campo un attacco speculativo al nostro paese, c'è la sfiducia del mercato e degli operatori finanziari ad investire in Italia, abbiamo un preoccupante innalzamento dell'interesse sui titoli di stato, ma queste espressioni non significano nulla se isolate. La verità è che abbiamo un paese bloccato da tutti i punti di vista, per primo verso le sue giovani generazioni: se non si è credibili all'interno non si può esserlo fuori dal paese. La verità è che le decisioni tecniche sono decisioni politiche, non possono non esserlo.

Non si tratta di dividerci tra responsabili e irresponsabili. Si tratta di capire che non esiste solo un modo per uscire dalla crisi in cui siamo sprofondati, e nessuno di questi è tecnico. Il problema non è il governo di Monti ma il mandato che riceve, la chiarezza sulle misure che si vogliono adottare, le loro caratteristiche di equità e di solidarismo sociale. Anche perché fare un governo tecnico per mettersi a litigare sulle cose da fare sarebbe ancora peggio. Si tratta di capire che c'è anche la politica, pena la conferma dell'espressione di Reichlin, secondo la quale "i tecnici governano, gli amministratori amministrano ed i politici vanno in televisione". 

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La foto è ripresa dalla bacheca di ronny mazzocchi




permalink | inviato da ricardo il 11/11/2011 alle 13:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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